Nel nuovo adattamento teatrale de Il Maestro e Margherita, il personaggio di Margherita supera i confini del romanzo per diventare una figura sospesa tra dolore e desiderio, tra quotidianità e dimensioni ultraterrene. Sul palco, questa donna “sbagliata” agli occhi del mondo trova nuova vita attraverso l’interpretazione intensa di Maria Laura Palmeri, che affronta il ruolo scavando nelle sue contraddizioni più profonde: la depressione che convive con un bisogno feroce di esistere, la sensualità come rinascita, l’amore clandestino come unica forma possibile di salvezza.
Ciò che mi ha colpito del suo lavoro è la capacità di restituire una Margherita tutt’altro che eroica, lontana dai modelli salvifici: una donna comune, fragile, consumata dalla solitudine e da una mancanza che diventa forza tragica. Nel suo attraversare mondi — umano, infernale, visionario — Margherita non incarna il bene, ma ciò che permette alla vita di continuare anche quando tutto sembra perduto.
Di questo viaggio emotivo e teatrale ho parlato direttamente con Maria Laura Palmeri, che mi ha raccontato il percorso umano dietro uno dei personaggi più enigmatici della letteratura del Novecento.
Margherita, nel vostro spettacolo, è una figura che attraversa il tempo e lo spazio per riscrivere la sorte dell’uomo che ama. Come hai lavorato per restituire questa forza interiore, che è insieme amore, ribellione e dolore?
Innanzitutto, io ho vissuto Margherita per gradi: sono partita dal primo episodio de Il Maestro e Margherita – quello di Voland – e poi sono approdata agli Amanti.
In Voland, l’aspetto che più mi ha guidato nel costruire Margherita è questa vitalità quasi erotica, un’attrazione che è allo stesso tempo attrazione verso il diavolo. Nel primo episodio, infatti, si racconta di quando Margherita, che ha già perso il Maestro, viene fermata al parco da Voland, che è appunto il diavolo. Lui la convincerà a spalmarsi la famosa crema e a diventare sua assistente per una notte. In quell’episodio per me è stato fondamentale lavorare proprio sulla chiave di questa vitalità erotica.
Margherita è un personaggio che si muove su due piani: da una parte su un piano quasi di depressione, dall’altra un fortissimo bisogno di vivere e di amare. Nel primo episodio questa vitalità si esprime chiaramente come un’attrazione erotica. Per esempio, nel romanzo di Bulgakov, questo aspetto è molto presente: Margherita deve spogliarsi, deve spalmarsi la crema, deve in qualche modo tornare in possesso del proprio corpo, nella propria femminilità. Ed è il diavolo a invitarla a farlo. Sono tutti connotati associati a forze diaboliche; eppure, nel suo caso, questo riappropriarsi del proprio essere erotico e femminile, del proprio bisogno di amare ed essere amata, sarà ciò che la farà risorgere, che la porterà a una nuova vita. In questo senso che poi la forza maligna – almeno nel suo caso – porterà il bene.
Nel primo episodio questa chiave di lettura è stata molto importante: perché mi ha permesso di renderla viva.
Per quanto riguarda Gli amanti, invece, la figura di Margherita diventa ancora più complessa. Non a caso il romanzo è uno dei più misteriosi e più discussi nella storia della letteratura. Nella seconda parte, per me, è stato fondamentale accedere alla sua dimensione di mancanza di vita. Che cosa porta Margherita ad affezionarsi, a lanciarsi in modo così sconsiderato tra le braccia di un uomo che lei incontra per strada, che non ha mai visto, con cui inizia una relazione? C’è sì un colpo di fulmine, ma c’è anche una fame enorme. Per fare una cosa così – che razionalmente è assolutamente irrazionale – ci deve essere una mancanza profonda. E per me, in questo episodio, è stato importante lavorare proprio su questa mancanza: ciò che l’ha portata ad avere così tanta fame. Ed è proprio su questa fame che Voland giocherà poi.
Margherita viene da una enorme privazione di vita, da una dimensione della privazione della sua persona, non soltanto di non-realizzazione ma anche di di totale solitudine. Non ha mai scelto davvero per sé stessa, ma sempre per altri: nel testo di Sinisi il matrimonio non le è imposto, ma lei è semplicemente abituata a dire di sì, non ha la forza di contraddire. Questo la porta costantemente a compromessi con sé stessa, fino ad un annullamento di se stessa.
Arriva addirittura a desiderare la morte: dice che, se non avesse incontrato il Maestro quella mattina, si sarebbe ammazzata. È arrivata a una mancanza di vita tale da essere disposta al suicidio.
Per me è stato importante partire proprio da questa mancanza, per poi instaurare tutta l’attrazione e il travolgimento di vita che porterà poi Maestro. E anche l’enorme dolore della sua perdita, perché per lei significa tornare alla condizione di prima: una vita non vita, vissuta per procura, vissuta per altri, in una totale solitudine. Una vita che, per lei, non è più degna di essere vissuta. Ed è lì che interviene Voland in questa disperazione.
È interessante anche chiedersi perché intervenga il diavolo e non Dio. Io me lo sono domandato spesso. Ma deve intervenire il diavolo, perché la vita di Margherita è “sbagliata”: la relazione con il Maestro è un rapporto di tradimento, qualcosa che secondo le leggi canoniche non può essere “buono”. Lei sta tradendo suo marito, e quindi non può essere altro che il diavolo a inserirsi dentro questo paradosso in cui ciò che è sbagliato agli occhi della società è l’unica cosa che permette a questa donna di sopravvivere e di vivere davvero.
È proprio dentro questo paradosso che si inserisce Voland. Tanto che Margherita diventa la sua assistente, ne fa le sue veci per una notte, come se ne incarnasse l’espressione massima.
E mi sono chiesta a lungo: perché il diavolo sceglie proprio Margherita? Perché Bulgakov ha scelto una figura come lei? E perché anche il diavolo l’ha scelta? Perché non una “cattivissima” come ci si aspetterebbe? Invece Margherita è una donna comunissima, che soffre di depressione, che non fa male a nessuno. Ma è proprio dentro il paradosso della sua vita – in cui ciò che è male agli occhi del mondo, per lei è il bene – che il diavolo trova terreno fertile. Lui si attacca a questo, in qualche modo, per legittimare la sua forza.
Il testo di Bulgakov Cabaret sembra chiedere agli attori di muoversi tra poesia e verità quotidiana, tra il simbolico e il reale. C’è un momento dello spettacolo in cui senti di “incontrare” davvero il personaggio, al di là della scena?
Quando interpreto un personaggio, io lo incontro sempre. Sono sempre in relazione con la sua storia, con il suo mistero. Non lavoro per la presentazione ma cerco sempre di inserirmi dentro una ricerca che è un tentativo di comprensione sempre più profonda di quello che il personaggio stesso porta.
Per quanto riguarda Margherita, è chiaro che ci sono dei momenti in cui questa ricerca si intensifica e io sento di avvicinarmi maggiormente alla comprensione del personaggio, a ciò che l’autore ha voluto dire, a come l’ha immaginato.
Credo che il momento più intenso, in cui il mondo di Bulgakov si manifesta davvero, sia proprio la fine dello spettacolo de Gli amanti. È una scena che si muove su tanti piani contemporaneamente. Nel mio monologo dico che “spicco il volo dalla finestra a cavallo della scopa”, ed è quello che Margherita fa nel romanzo. Ma che cosa significa davvero questa immagine? Potrebbe voler dire che lei desidera lanciarsi nel vuoto, quindi morire; è lì, sulla soglia di un possibile suicidio.
E proprio lì – nel momento in cui, metaforicamente o realmente, sta per spiccare il volo dalla finestra – si apre una soglia che la riavvicina al Maestro. Subito dopo, infatti, c’è un cambio netto, e si arriva alla fine del romanzo di Bulgakov in cui Voland trasporta i due amanti in una dimensione sospesa di pace e di tranquillità in cui vivranno eternamente. Non è una redenzione felice, ma nella pace. Ed è forse quello che Margherita ha sempre desiderato: niente di più.
Arrivata a quel punto, io sento di iniziare a comprendere la dimensione più profonda del mondo di Bulgakov, in cui i piani della realtà si intrecciano. C’è il mondo della quotidianità – per esempio, il Maestro e Margherita hanno un dialogo molto banale, tipo “hai dormito tanto”, un dialogo normalissimo – eppure lei è come appena tornata da un altro mondo. Ha appena attraversato la soglia dell’aldilà, e si porta dietro tutto quel carico. È completamente spaesata nel ritrovarsi in un contesto così ordinario. E insieme a questo ritorna anche l’evocazione del mondo del diavolo, e perfino il mondo di Pilato: mondi che coesistono, che si sovrappongono. Questo essere costantemente “a cavallo tra i mondi” è ciò che definisce Margherita in modo più preciso, ed è anche molto complesso da rendere come attrice. Probabilmente è il motivo per cui Margherita è la grande protagonista del romanzo, insieme al Maestro ma forse persino più del Maestro.
Perché lei è una donna assolutamente normale, quotidiana, senza nulla di straordinario, e allo stesso tempo si trova a vivere a cavallo di mondi che sconvolge tutte le categorie morali ed etiche con cui guardiamo il mondo.
Gli amanti parla anche di fallimento e di riscatto, due esperienze profondamente umane. Da attrice, come vivi la fragilità del personaggio e in che modo la trasformi in energia creativa sul palco?
Su questo ho già risposto in parte nella prima domanda. Per me, infatti, la fragilità di Margherita, la sua esperienza di fallimento, è stata la chiave d’accesso al personaggio. È ciò che mi ha permesso di entrarci davvero.
È proprio entrando dentro questo fallimento, dentro questa depressione, dentro questa profonda tristezza e solitudine, che si innesca quella fame che poi spiega perché l’incontro con il Maestro sia così fondamentale, così rivoluzionario per lei. E spiega anche questo suo continuo attendere oltre ogni speranza e dolore. Ecco, questo è ciò che caratterizza Margherita: anche quando non troverà più il Maestro, continuerà comunque ad aspettarlo. In questa sorta di follia, di ossessione maniacale che lei ha nei suoi confronti, probabilmente Voland si accorge di lei, la sceglie e decide di fare di lei il suo “capolavoro”. In realtà, quindi, il suo fallimento, il suo malessere, la sua solitudine sono ciò che la rendono un’eroina – non un’eroina positiva, certo – e sono anche ciò che spiega perché venga salvata dal diavolo e non da Dio. Lei non è un modello morale, non è qualcuno con cui, credo, nessuno di noi vorrebbe scambiarsi la vita. È una figura profondamente triste. Non è l’emblema dell’eroina come siamo abituati a immaginarla: è una donna depressa, una donna che ha abdicato alla propria vita, profondamente insoddisfatta, che ha detto sempre di sì, che ha fatto scelte per compiacere gli altri. E così si ritrova in una condizione tremenda di solitudine e depressione. Poi c’è questa relazione clandestina con un uomo che non è suo marito, e che fallirà anch’essa. Quindi, di certo, Margherita non è l’eroina che ci aspettiamo. Però è proprio questo suo essere “nera” che – non a caso – la rende la protagonista di un romanzo che parla del diavolo. È questo che ce la rende comprensibile, vicina. Ed è questo che fa di lei un’eroina: perché, nonostante tutto, lei spera. E nonostante tutto, lei si salverà.
