Quando ho intervistato Antonio Perretta, per parlare del suo Maestro, ho capito di trovarmi davanti a una figura lontana dall’idea romantica dell’artista visionario. Nel suo lavoro, il Maestro non è un genio profetico né un martire dell’arte, ma un uomo spezzato dal sogno che l’ha definito: uno scrittore che ha creduto nel potere salvifico della parola e che, invece, scopre quanto quella stessa parola possa diventare una gabbia, un peso, una promessa mancata.

In Gli amanti, liberamente ispirato al romanzo di Bulgakov, Perretta affronta il personaggio partendo da una verità concreta: la paura di non riuscire più a dire ciò che si ha dentro. E nel passaggio da una Mosca sovietica a una Milano contemporanea – elegante, brillante, eppure profondamente anestetizzata – il Maestro smette di essere l’intellettuale scomodo e diventa qualcosa di più tragico: un uomo che non sa fingere in un mondo che ha fatto della finzione la propria regola.

Questa intervista è il tentativo di restituire quella tensione, quella fragilità, e la lotta quotidiana tra autenticità e resa che attraversa il personaggio e, inevitabilmente, chi lo interpreta.

Il tuo personaggio, il Maestro, è uno scrittore sconfitto dal proprio sogno artistico. Come hai costruito questa figura, sospesa tra ispirazione e disillusione, tra ambizione e perdita di sé?

Ho cercato di costruire il Maestro partendo da una verità molto concreta, e cioè la paura di non riuscire a dire quello che si ha dentro. Il Maestro ha smesso di riconoscere il senso del proprio lavoro. Ho immaginato un autore che ha creduto che la scrittura potesse salvare, e che invece scopre che la scrittura può anche distruggere. Ma non ho cercato di renderlo simbolico, piuttosto ho provato a capire come reagisce una persona quando il proprio talento diventa una gabbia. Non ho pensato al Maestro come un genio incompreso o come un martire dell’arte (è anche un personaggio molto capriccioso), ma come un uomo che ha investito tutto in un sogno e poi ha dovuto fare i conti con la realtà, con l’errore e con la solitudine che ne consegue. La sua sconfitta non nasce da una mancanza di talento, ma dalle circostanze, dagli orribili tempi che corrono e dal crollo della fiducia in sé e nel valore stesso del raccontare. In scena cerco di mostrare quel momento in cui la parola smette di essere un mezzo di libertà e diventa un peso. È lì che, per me, il Maestro si rompe, cioè quando smette di credere nella possibilità di essere ascoltato. E questa difficoltà si riflette anche nel modo in cui il testo vive sulla scena. Quando recitiamo, soprattutto testi così letterari, affrontiamo continuamente una lingua che non è una lingua teatrale viva, non è facile restituire le sfumature emotive di una lingua, l’italiano, nata per la letteratura. È come trovarsi nella stessa impasse del personaggio, bisogna cercare un modo per far parlare parole che sembrano non appartenere più a nessuno. L’attore deve fare quello che il Maestro non riesce più a fare, cioè ridare senso e vita a un linguaggio che rischia di restare letterario. È un paradosso che rende il lavoro ancora più interessante, perché la fragilità della lingua diventa parte della fragilità del personaggio.

Lo spettacolo è ambientato in una Milano contemporanea, ma mantiene l’aura magica e visionaria di Bulgakov. Come cambia il tuo approccio al personaggio nel passaggio da una cornice “russa” a una “milanese”?

Io non ho vissuto a Mosca durante il regime di Stalin, ma ho vissuto abbastanza a Milano per capire che anche questa specie di libertà può essere una forma di controllo. Non so, ormai, se la differenza tra la parola “censura” e la parola “adesione” sia più così marcata. Così come tra “punizione” e “indifferenza”. Magari è un sistema più elegante, ma non meno efficace. E quindi mi sono chiesto: cosa diventa un uomo come il Maestro se lo si lascia vivere dentro una città che si regge sull’apparenza? Nella Mosca dell’epoca era un intellettuale scomodo. Nel contesto della Milano e dell’Italia di oggi, ma anche del mondo di oggi, come lo conosciamo, nonostante Sinisi riprenda in maniera estremamente fedele il romanzo, non si può far altro che immaginarlo come uno scrittore che nessuno potrebbe temere realmente, perché tutto è già stato addomesticato. Milano è un ambiente che premia la brillantezza e rimuove la profondità, vive di finzione e la chiama realtà. Tutto sembra importante, ma niente è davvero importante. È un luogo dove le persone parlano molto e dicono poco, il talento si misura in presenza e la sincerità diventa una debolezza. È una città dove tutto funziona, tutto è elegante, tutto è intelligente e tutto è vero fino a quando serve. E il Maestro, che non sa fingere, resta fuori dal gioco. Recitare “Gli amanti” in questa Milano significa stare dentro una città che ti osserva, ti misura e ti giudica mentre tu continui a cercare un modo per restare vero e fedele a te stesso.

Il Maestro è anche una riflessione sull’artista e sulla sua vocazione. C’è qualcosa di personale, di tuo, che hai ritrovato in questa figura?

Sì, inevitabilmente, e non solo perché scrivo. Non è che provo il senso di un’identificazione romantica, ma affronto una fragilità che conosco bene. Il Maestro vive quella linea sottile tra la necessità di dire e la paura di non essere capito, che è qualcosa con cui chi fa questo mestiere convive ogni giorno. Essere un artista oggi significa muoversi in un sistema che ti chiede di produrre, non di pensare, e di restare riconoscibile più che autentico. In questo senso, sì, mi ci ritrovo: nella fatica di non adeguarmi, di non trasformare ciò che faccio in un esercizio di mestiere. Questo personaggio parla anche di me, ma non per vanità. Parla di quella parte di me e di tant* come me che continua a credere che l’arte non debba servire a niente per poter servire davvero a qualcosa. Nel momento in cui l’arte ha uno scopo preciso, e cioè vendere, convincere, educare, promuovere, smette di essere libera. Diventa uno strumento. Invece, quando un’opera nasce senza la pretesa di “servire” a qualcosa, può diventare significativa in modi che non si possono prevedere. Serve, ma in un senso più profondo, perché arriva a chi la incontra senza mediazioni. È un pensiero scomodo, poco produttivo, ma è forse l’unico che valga la pena difendere.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.