Quando ho intervistato Paolo Bignamini per parlare del suo Bulgakov cabaret, mi sono trovato di fronte a un regista che non usa la letteratura come materiale da adattare, ma come organismo vivente da attraversare. La sua regia non cerca scorciatoie né versioni “semplificate” del classico: al contrario, lavora per ampliare lo spazio narrativo, restituendo al teatro quella complessità che, paradossalmente, oggi riconosciamo più nelle serie TV che sul palcoscenico.

Negli ultimi anni, Bignamini sembra muoversi in direzione opposta rispetto alla tendenza a spettacoli rapidi ed essenziali: costruisce architetture ampie, fatte di capitoli e percorsi, di attraversamenti temporali e stilistici. È accaduto con Le ali del desiderio, progetto in tre parti ispirato a Wenders; accade ora con questo lungo viaggio tra prosa e musica che culminerà in una maratona teatrale finale, in cui verranno presentati in una sola giornata tutti e quattro i capitoli del Bulgakov cabaret.

Ne è nato un dialogo sul tempo, sul linguaggio e sul modo in cui Bulgakov continua a parlarci non dal passato, ma dal presente.

Bulgakov Cabaret è un progetto teatrale ambizioso e stratificato. Come è nata l’idea di raccontare Bulgakov in quattro capitoli, e in che modo Gli amanti si inserisce nel percorso complessivo?

Il mondo di Bulgakov è un fuoco d’artificio che riunisce in una sola immagine l’alto e il basso, il sublime e il grottesco: ho voluto chiamare “cabaret” il tentativo di raccontare le contraddizioni di questo universo imprendibile. I quattro spettacoli sono riprese di una riscrittura de “Il Maestro e Margherita” firmata nel 2017 da Fabrizio Sinisi, e di un mio adattamento più recente, datato 2023, dei racconti raccolti sotto il titolo di “Appunti di un giovane medico”. Proprio questa porta d’ingresso autobiografica (Bulgakov era medico) alla letteratura fa da cornice al mio progetto teatrale e consente, per certi versi, di introdurre, di volta in volta, i personaggi più immaginifici dell’autore: Margherita, il Maestro, Voland, Pilato.
Ma non si tratta di riduzioni del romanzo, sarebbe presuntuoso e anche un po’ autolesionista da parte nostra: quando la letteratura è così grande diventa impossibile contenerla e imbrigliarla in un semplice adattamento. “Gli amanti” rappresenta il tema centrale dell’intera vicenda: è la storia d’amore impossibile che supera la sua stessa sconfitta grazie all’aiuto del diavolo. “Chi ha detto che non c’è al mondo un amore vero, fedele, eterno? Gli taglino la lingua a quel bugiardo!”.

Nella tua regia, il realismo e la dimensione fantastica sembrano convivere in un equilibrio sottile. Come lavori per mantenere viva questa tensione scenica senza far prevalere l’una sull’altra?

Ho scelto di far accadere tutto nella bellissima scatola scenica pensata da Nani Waltz come un cabaret metafisico, dove gli elementi concreti assumono un valore differente a seconda dei capitoli del progetto teatrale nei quali sono impiegati. Anche alcuni attori compaiono in più di uno spettacolo Antonio Perretta, per esempio, e soprattutto Maria Laura Palmeri, presente in tutti i capitoli del progetto, vero filo conduttore del racconto insieme alla musica dal vivo di Riccardo Bignamini, che accompagna le repliche suonando il pianoforte acustico, il trombone, il basso elettrico…

Il pubblico di oggi è spesso abituato a ritmi veloci e linguaggi immediati. Cosa pensi possa trovare, nel teatro di Bulgakov e in questo progetto, un nuovo modo di guardare alla complessità dell’animo umano?

E’ vero: ritmi veloci e linguaggi immediati. Però anche la progressiva consuetudine alla serialità, che consente di dipanare le storie in modo più articolato, stratificato, da diversi punti di vista. Per questo motivo negli ultimi tempi sto cercando di costruire architetture teatrali più complesse, per dare un respiro maggiore – sia da un punto di vista drammaturgico che registico – agli spettacoli che porto in scena. E’ accaduto questa estate con “Le ali del desiderio”, un progetto che ho pensato suddiviso in tre capitoli e che prendeva le mosse da “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders; accade ora con questo lungo viaggio tra prosa e musica, che si concluderà il 21 dicembre dopo una lunga maratone teatrale nella quale porteremo in scena, in una sola giornata, tutti e quattro i capitoli del “Bulgakov cabaret”.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.