Throwing Out All My Fear è una liberazione controvento, una corsa nel buio con le mani tese in avanti. Mattia Caroli & I Fiori del Male tornano con un brano che prende la malinconia, la rabbia, il sospetto verso ciò che siamo stati, e li trasforma in un’esplosione sonora figlia del rock degli anni Novanta. Chitarre che oscillano tra post-punk e grunge, distorsioni che stringono alla gola, arpeggi che sembrano ricordi sbiaditi: tutto converge in un pezzo che non vuole denunciare la paura, ma usarla come carburante.
Il riferimento a Pearl Jam, Soundgarden e alle atmosfere dei primi Porcupine Tree non è un esercizio di stile: è una postura emotiva. Le sonorità sono tese, graffiate, ma non cercano il rumore come rifugio — sono un modo per mettere a fuoco un passato che non si vuole cancellare, ma rielaborare. Le memorie diventano scudi, i rimpianti ossa nuove. La frase che fa da spina dorsale — “Tutto ciò che vuoi è dall’altra parte della paura” — non è un proclama motivazionale, è un promemoria crudo: si cresce solo passando attraverso il punto che fa male.
La narrazione del videoclip segue lo stesso percorso: un uomo inseguito da ciò che teme, fino alla rivelazione più scomoda — il nemico non è fuori, ma nel doppio che ci abita dentro. Le scene non raccontano una fuga, ma un confronto: più ci si addentra nel labirinto mentale, più il paesaggio si fa realistico. L’ombra diventa compagna, non antagonista.
La band mostra qui una maturazione sonora evidente: meno ricerca del colore vintage, più fisicità, più carne. Il rock non è citazione, è una lingua madre recuperata e fatta propria.
Throwing Out All My Fear nasce come un urlo trattenuto e finisce come una cicatrice che smette di pulsare. Non promette salvezza, ma un passo in avanti — uno di quelli fatti a denti stretti, senza guardarsi indietro. È musica che non consola: accompagna.
