Blackout è una dichiarazione d’amore che non si traveste da poesia: arriva nuda, fragile, con la dolenza di chi ama non per proteggere sé stesso, ma per sorreggere l’altro. LaFlamme debutta con un brano che non teme l’esposizione emotiva, che scava nella relazione più primordiale e complessa — quella tra un figlio e sua madre — senza incenso né retorica. È un canto che non idealizza, ma custodisce.
La musica accompagna come una carezza in controluce: le atmosfere sono delicate, sospese, costruite per lasciare spazio alla voce, che si muove tra sussurro e confessione. Il brano non cerca dramma, ma intimità. È la storia di chi vorrebbe farsi scudo, di chi sente il dolore dell’altro come proprio e prova a trasformarlo in luce. Una luce piccola, ma tenace.
LaFlamme non usa l’immagine della madre per evocare un affetto universale: la racconta come una figura reale, con ferite e resilienza, restituendo l’amore non come dipendenza ma come gesto attivo. Il blackout del titolo non è un annientamento, è un punto zero, un momento in cui tutto si spegne per riaccendersi diversamente. È il desiderio di esserci nel momento in cui la luce vacilla.
Nelle parole dell’autore, il brano nasce come imprinting identitario: non solo il primo passo di un percorso musicale, ma il tentativo di dire qualcosa che non poteva più restare chiuso. La voce non cerca di brillare: cerca di illuminare chi ama.
Blackout è una traccia che vive tra ombra e bagliore, che non promette salvezza ma presenza. Una nascita artistica che ha il sapore delle origini e delle cicatrici.
