La morte di Wendy Duffy viene raccontata come una scelta lucida, quasi dolce nella sua tragedia: una donna distrutta dalla perdita del figlio che decide di andare in Svizzera, pagare una clinica e morire ascoltando musica, con addosso la maglietta del ragazzo scomparso. Io invece non riesco a vedere nulla di poetico in questa storia. Vedo una donna devastata psicologicamente, schiacciata dal senso di colpa e dalla depressione, che invece di essere salvata è stata accompagnata verso la morte da un’organizzazione privata pronta a trasformare la disperazione in una procedura.
E questo mi fa orrore.
Wendy Duffy non era una malata terminale. Non stava morendo consumata da una malattia incurabile. Era una madre distrutta dalla morte accidentale del figlio Marcus, soffocato dopo aver ingerito un boccone di cibo. Da quel giorno la sua vita era precipitata in un inferno fatto di depressione, tentativi di suicidio, ricoveri psichiatrici e terapie che non erano riuscite a restituirle equilibrio. Ma da quando il dolore diventa una ragione sufficiente perché uno Stato permetta a qualcuno di morire con assistenza medica?
È questa la domanda che continuo a farmi.
La Pegasos Swiss Association sostiene di offrire una scelta libera a persone sane di mente. Io invece vedo qualcosa di profondamente inquietante. Vedo una struttura che accetta persone fragili, vulnerabili, disperate, accompagnandole passo dopo passo verso la morte attraverso moduli, colloqui online e pagamenti. Diecimila sterline per organizzare la propria fine. È impossibile non chiedersi dove stia il confine morale di tutto questo.
La Svizzera viene spesso dipinta come un modello di civiltà e progresso. Io, davanti a vicende simili, provo il contrario. Vedo uno Stato che consente un sistema dove il suicidio rischia di diventare una risposta sociale al dolore umano. E trovo spaventoso che questo venga chiamato diritto.
Perché esiste una differenza enorme tra accompagnare un malato terminale nel suo ultimo tratto di vita e dire a una persona psicologicamente devastata: “Se vuoi morire, possiamo aiutarti”.
Un dolore immenso non può giustificare che una società scelga di arrendersi alla disperazione di qualcuno invece di tentare fino all’ultimo di salvarlo. Chi soffre profondamente ha bisogno di cura, presenza, sostegno umano, percorsi psichiatrici seri, vicinanza. Non di una clinica pronta ad aprire una porta verso la morte.
Per questo la storia di Wendy Duffy non riesco a leggerla come una conquista di libertà. Per me è il simbolo di una sconfitta collettiva. Il fallimento di una società incapace di proteggere chi precipita nel buio.
E continuo a pensare che nessun Paese possa definirsi davvero civile se considera accettabile tutto questo.





