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Leggende Metropolitane

Sawney Bean: la leggenda della famiglia di cannibali che terrorizzò la Scozia e ispirò “Le colline hanno gli occhi”

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Per venticinque anni, secondo una delle leggende più oscure della Scozia, uomini e donne sarebbero scomparsi lungo strade isolate senza lasciare traccia. Viaggiatori, mercanti e persone che tornavano a casa non arrivavano mai a destinazione. Talvolta il mare restituiva resti umani sulle coste, ma nessuno riusciva a capire chi si nascondesse dietro quelle sparizioni. La risposta, secondo il racconto, si trovava all’interno di una grotta nascosta dalla marea: lì avrebbe vissuto Sawney Bean con un clan di circa 45 persone, una famiglia accusata di aver assassinato e divorato nell’arco di decenni più di mille vittime. È una storia così terrificante da aver contribuito a ispirare Le colline hanno gli occhi. Ma c’è un problema: Sawney Bean potrebbe non essere mai esistito.

Persino stabilire quando sarebbe vissuto è complicato. Alcune versioni collocano Alexander “Sawney” Bean tra il XV e il XVI secolo, altre molto più tardi. Secondo la storica scozzese Louise Yeoman, la leggenda potrebbe essere ambientata intorno all’inizio del Seicento, mentre una delle prime testimonianze scritte conosciute comparve soltanto nel 1755, troppo tardi per essere considerata una fonte contemporanea agli eventi. Le varie versioni confondono persino i sovrani coinvolti, indicando talvolta Giacomo I di Scozia e in altri casi Giacomo VI.

Il nucleo della leggenda rimane però quasi sempre identico. Bean avrebbe inizialmente svolto lavori umili, forse come conciatore oppure come scavatore di fossati. Poi avrebbe abbandonato quella vita insieme a una donna indicata in alcune versioni come Black Agnes Douglas. I due si sarebbero ritirati sulla costa dell’Ayrshire, scegliendo come rifugio una gigantesca cavità oggi associata alla Bennane Cave. La posizione sarebbe stata perfetta: con l’alta marea l’ingresso diventava difficile da individuare e all’interno una rete di cunicoli si sarebbe spinta per centinaia di metri nella roccia.

Lontani dalla società, Sawney e Agnes avrebbero avuto 14 figli. Con il passare degli anni, secondo il racconto, rapporti incestuosi all’interno della famiglia avrebbero prodotto altri 32 discendenti, fino a trasformare la grotta nell’abitazione di un clan composto da circa 45 persone. Nutrire una famiglia tanto numerosa senza lavoro né contatti regolari con il mondo esterno sarebbe presto diventato impossibile. Fu allora, racconta la leggenda, che i Bean iniziarono ad assalire i viaggiatori.

Le imboscate avvenivano soprattutto lungo le strade meno frequentate. Il clan osservava le vittime, aspettava il momento giusto e attaccava in gruppo. I malcapitati venivano derubati e uccisi, mentre i loro corpi venivano portati nella grotta. La leggenda sostiene che proprio la necessità di nascondere i cadaveri avrebbe condotto la famiglia al cannibalismo. I resti sarebbero stati conservati e utilizzati come fonte di cibo.

Le sparizioni aumentarono. Ogni persona svanita alimentava nuove voci, ma nessuno sospettava dell’esistenza di un’intera comunità nascosta sotto la roccia. I sospetti finirono invece sugli ostieri, spesso le ultime persone ad aver visto vivi i viaggiatori. Alcuni, terrorizzati dalla possibilità di essere accusati di omicidi che non avevano commesso, avrebbero persino abbandonato le proprie attività.

Poi qualcosa andò storto.

Secondo la versione più famosa della storia, una sera i Bean tesero un’imboscata a una coppia che tornava a cavallo da una fiera. L’attacco avrebbe provocato la morte della donna, ma il marito reagì. Armato e ancora in sella, riuscì a difendersi abbastanza a lungo perché sulla stessa strada comparisse un gruppo di una trentina di persone. Davanti a così tanti testimoni, il clan fu costretto a ritirarsi verso il proprio nascondiglio.

Per la prima volta qualcuno era sopravvissuto.

L’uomo raggiunse Glasgow e denunciò ciò che era accaduto. A questo punto la leggenda assume proporzioni quasi cinematografiche: re Giacomo VI in persona avrebbe organizzato una spedizione composta da circa 400 uomini e cani da caccia. Seguendo le tracce lungo la costa, gli animali avrebbero infine condotto i soldati davanti alla grotta.

Quando entrarono, secondo il racconto, scoprirono il segreto custodito per decenni. C’erano oggetti appartenuti alle vittime e prove sufficienti per collegare il clan alle misteriose sparizioni. Sawney Bean e tutti i membri della famiglia sarebbero stati catturati senza riuscire a opporre una vera resistenza e trasferiti verso la loro esecuzione.

Anche il finale della leggenda è costruito per essere terribile. Le versioni più diffuse raccontano che agli uomini del clan vennero inflitte mutilazioni prima di essere lasciati morire, mentre le donne sarebbero state giustiziate poco dopo. Nessun processo regolare, nessuna pietà. Soltanto una punizione pensata per apparire feroce quanto i crimini attribuiti alla famiglia.

Ed è proprio a questo punto che la storia comincia a crollare.

Se una famiglia composta da decine di persone avesse realmente assassinato più di mille individui, se centinaia di uomini avessero partecipato a una gigantesca caccia guidata personalmente dal re di Scozia e se un intero clan fosse stato catturato e giustiziato, dovremmo aspettarci una quantità considerevole di documenti dell’epoca.

E invece non ci sono.

Non risultano registrazioni contemporanee delle mille persone scomparse, della grande spedizione reale o delle esecuzioni. Nemmeno le presunte vittime e gli osti ingiustamente sospettati hanno lasciato quella traccia documentaria che un evento di simili dimensioni dovrebbe aver prodotto. Una delle prime versioni note della storia compare soltanto nel XVIII secolo.

Per alcuni studiosi, quindi, Sawney Bean sarebbe stato soprattutto un mostro creato sulla carta.

Louise Yeoman ha proposto una spiegazione particolarmente interessante: la leggenda potrebbe essere nata o almeno essersi diffusa nell’Inghilterra del XVII e XVIII secolo come forma di propaganda anti-scozzese. In quel periodo esistevano fortissime tensioni politiche e gli scozzesi venivano talvolta rappresentati nella stampa inglese come popolazioni rozze e barbariche. Persino “Sawney” era utilizzato come nome stereotipato per indicare caricaturalmente uno scozzese.

Il messaggio implicito della storia sarebbe stato semplice: guardate quanto possono essere selvaggi gli abitanti della Scozia, al punto da produrre una famiglia che vive nelle caverne e divora esseri umani.

Vera o falsa, però, la leggenda non morì. Anzi, secoli più tardi sarebbe arrivata fino a Hollywood.

Nel 1977 il regista Wes Craven realizzò The Hills Have Eyes, conosciuto in Italia come Le colline hanno gli occhi. Il film racconta di una famiglia bloccata nel deserto del Nevada e perseguitata da un gruppo isolato che vive sulle montagne e assale i viaggiatori. Craven raccontò di essersi imbattuto nella storia della famiglia Sawney Bean durante alcune ricerche alla biblioteca di New York.

Ma un particolare della leggenda lo colpì soprattutto: non soltanto la ferocia attribuita ai Bean, bensì quella mostrata dalle persone considerate “civili” quando finalmente li catturarono. Da una parte c’erano i presunti mostri; dall’altra una società rispettabile che, una volta ottenuto il controllo, infliggeva loro una punizione altrettanto brutale. Quella contraddizione contribuì all’idea alla base del film: quanto è sottile il confine tra civiltà e barbarie quando gli esseri umani vengono spinti all’estremo?

Forse Sawney Bean non divorò mai nessuno. Forse Black Agnes non abitò mai quella grotta. Forse non esistettero i 45 membri del clan, le mille vittime e nemmeno la gigantesca caccia ordinata dal re.

Ma qualcuno, secoli fa, inventò o trasformò questa storia rendendola abbastanza credibile da sopravvivere fino ai nostri giorni.

Ed è questo forse il particolare più inquietante. Il mostro potrebbe non essere mai vissuto nella grotta. Potrebbe essere nato nell’immaginazione di chi raccontava cosa si nascondeva al suo interno.