Tre bambini di otto anni vengono trovati morti in un canale di drenaggio. La scena del crimine sconvolge una cittadina dell’Arkansas e, nel clima della cosiddetta Satanic Panic americana, i sospetti si concentrano rapidamente su tre adolescenti considerati emarginati e anticonformisti. Uno ascolta heavy metal, veste di nero e si interessa alla Wicca. Un altro è un suo caro amico. Il terzo, un ragazzo con difficoltà di apprendimento, rilascia dopo un lungo interrogatorio una confessione piena di contraddizioni. I loro nomi sono Damien Echols, Jason Baldwin e Jessie Misskelley Jr. e diventeranno famosi come i West Memphis Three. Nel 1994 tutti e tre vengono riconosciuti colpevoli: Misskelley e Baldwin ricevono lunghe condanne detentive, mentre Echols viene condannato a morte. Negli anni successivi, però, emergono dubbi sempre più profondi sull’indagine e sui processi. Nuove analisi del DNA non collegano nessuno dei tre alla scena del crimine e nel 2011, dopo circa diciotto anni trascorsi in carcere, tornano liberi. Ma non vengono formalmente dichiarati innocenti. È questa la contraddizione che ancora oggi accompagna uno dei casi giudiziari più discussi d’America.
Tutto comincia il 5 maggio 1993 a West Memphis, in Arkansas. Christopher Byers, Michael Moore e Stevie Branch, tutti di otto anni, escono per giocare e non tornano a casa. Le famiglie denunciano la scomparsa e iniziano immediatamente le ricerche. Il giorno successivo, in una zona boscosa conosciuta come Robin Hood Hills, vengono ritrovati i corpi dei tre bambini in un canale di drenaggio. Sono senza vestiti e legati utilizzando i lacci delle loro scarpe. Michael Moore e Stevie Branch presentano numerose lesioni, mentre Christopher Byers ha riportato ferite ancora più gravi, comprese mutilazioni nell’area genitale. Le conclusioni riportate nel caso attribuiscono le morti di Michael e Stevie a lesioni multiple associate all’annegamento, mentre per Christopher vengono indicate lesioni multiple.
La natura del delitto alimenta immediatamente le ipotesi più diverse. Si pensa a un predatore sessuale, a qualcuno conosciuto dalle vittime oppure a un omicidio rituale. Alcuni elementi della scena risultano però difficili da interpretare. La quantità relativamente ridotta di sangue porta anche a ipotizzare che i bambini possano essere stati uccisi altrove e successivamente abbandonati nel canale. Negli anni seguenti alcuni esperti sosterranno inoltre che determinate lesioni potrebbero essere state provocate da animali dopo la morte. Le prove forensi disponibili non indicano chiaramente un assassino, eppure l’attenzione degli investigatori si concentra presto su tre ragazzi.
Damien Echols e Jason Baldwin sono amici e hanno avuto piccoli problemi con la legge, tra cui episodi di taccheggio e vandalismo. Jessie Misskelley conosce entrambi, ma prima degli omicidi i tre non sembrano costituire necessariamente quel gruppo compatto che verrà successivamente rappresentato dall’accusa. C’è però un elemento destinato a pesare enormemente sulla vicenda: negli Stati Uniti sono ancora forti gli effetti della Satanic Panic, il fenomeno sociale esploso soprattutto negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta che aveva alimentato la paura dell’esistenza di sette sataniche responsabili di rituali, abusi e omicidi.
Echols, in particolare, attira l’attenzione. Veste spesso di nero, ascolta heavy metal, legge libri sulla Wicca e manifesta interesse per forme di spiritualità considerate insolite nell’ambiente conservatore in cui vive. Alcuni investigatori cominciano a guardarlo con sospetto anche per questi interessi. Baldwin è considerato un ragazzo intelligente e con migliori risultati scolastici, ma la sua amicizia con Echols finisce per coinvolgerlo nell’indagine. Jessie Misskelley Jr., invece, ha 17 anni, difficoltà di apprendimento e un quoziente intellettivo riportato intorno a 70. Sarà proprio il suo interrogatorio a diventare uno degli aspetti più controversi dell’intero caso.
Il 3 giugno 1993 Misskelley viene interrogato dalla polizia per molte ore, ma soltanto una parte relativamente breve dell’interrogatorio viene registrata. Non ha accanto né i genitori né un avvocato. Alla fine confessa e coinvolge Echols e Baldwin negli omicidi, ma nelle sue dichiarazioni emergono rapidamente numerose incongruenze. Cambia più volte l’orario del delitto, parlando inizialmente delle nove del mattino, poi di mezzogiorno e infine della sera, nonostante i bambini fossero stati visti ancora vivi intorno alle 18:30. Fornisce inoltre particolari inesatti sul modo in cui le vittime erano state legate e sulla natura di alcune ferite. Durante l’interrogatorio gli investigatori introducono nelle domande informazioni relative al crimine, circostanza che alimenterà in seguito il sospetto che alcune risposte possano essere state influenzate da ciò che gli stessi poliziotti gli stavano suggerendo.
Misskelley ritratta la confessione, ma ormai le sue dichiarazioni sono diventate un elemento fondamentale dell’indagine e hanno contribuito a indirizzare definitivamente i sospetti verso Echols e Baldwin. I suoi avvocati sosterranno che si trattava di una confessione falsa e inaffidabile, ottenuta da un adolescente particolarmente vulnerabile attraverso tecniche di interrogatorio discutibili. Nel 1994 arrivano i processi. Misskelley viene giudicato separatamente e condannato all’ergastolo più ulteriori anni di detenzione; Jason Baldwin viene condannato all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. Damien Echols, considerato dall’accusa il leader del gruppo, riceve invece la sentenza più pesante: la pena di morte.
Durante il processo di Echols e Baldwin, l’accusa sostiene che i bambini siano stati assassinati nell’ambito di un rituale di carattere satanico. Gli interessi musicali, religiosi e culturali dei ragazzi diventano così parte della narrazione utilizzata contro di loro. Le prove materiali, però, sono molto meno nette. Alcune fibre vengono considerate compatibili con materiali collegabili agli imputati, ma non sono abbastanza specifiche da rappresentare un’identificazione esclusiva. Negli anni successivi proprio la distanza tra la forza della ricostruzione dell’accusa e la consistenza delle prove forensi diventerà uno degli aspetti centrali della battaglia per la revisione del caso.
Nel 1996 la vicenda raggiunge il grande pubblico grazie al documentario HBO Paradise Lost: The Child Murders at Robin Hood Hills. Il film porta l’attenzione nazionale sui West Memphis Three e mette in evidenza diversi aspetti controversi delle indagini e dei processi, compreso il possibile peso esercitato dalla paura del satanismo. Nasce un vasto movimento a sostegno dei tre condannati. Personalità come Eddie Vedder, Johnny Depp e Peter Jackson manifestano pubblicamente il proprio sostegno, mentre avvocati e organizzazioni impegnate nei casi di possibili errori giudiziari iniziano a interessarsi alla vicenda.
La svolta più importante arriva con le nuove analisi scientifiche. Nel 2007, test effettuati sul materiale genetico recuperato dalle prove non producono un collegamento tra Echols, Baldwin o Misskelley e gli omicidi. Questo non dimostra automaticamente che i tre siano innocenti, ma significa che il DNA analizzato non li collega alla scena del crimine. Altri risultati aprono nuovi interrogativi: un capello associato a una delle legature viene indicato come compatibile con Terry Hobbs, patrigno di Stevie Branch, mentre un altro capello trovato nelle vicinanze viene associato a David Jacoby, amico di Hobbs. È fondamentale precisare che né Hobbs né Jacoby sono stati incriminati per gli omicidi e hanno negato qualsiasi coinvolgimento.
Intorno allo stesso periodo alcuni testimoni presentano dichiarazioni nelle quali affermano di aver visto i bambini con Terry Hobbs prima del ritrovamento dei corpi, alimentando ulteriormente il dibattito sulla ricostruzione originaria. Persino alcuni familiari delle vittime, che in passato erano convinti della colpevolezza dei West Memphis Three, iniziano a esprimere dubbi. Mark Byers, padre di Christopher, diventa particolarmente critico nei confronti dell’indagine e sostiene che la verità sulla morte dei bambini non sia stata realmente accertata.
Nonostante tutto questo, le nuove analisi non determinano automaticamente la scarcerazione. Bisogna aspettare il 2011, quando accusa e difesa raggiungono un accordo attraverso una particolare procedura prevista dal sistema giudiziario statunitense: l’Alford plea. Si tratta di una formula che permette a un imputato di continuare a dichiararsi innocente accettando contemporaneamente che l’accusa disponga di elementi che potrebbero portare una giuria a condannarlo. In pratica, Echols, Baldwin e Misskelley possono mantenere la propria dichiarazione di innocenza, ma devono accettare formalmente l’esistenza di una base sufficiente per le condanne.
Il 19 agosto 2011, dopo circa diciotto anni trascorsi dietro le sbarre, i West Memphis Three escono dal carcere. Per Damien Echols significa anche lasciare il braccio della morte. Ma la loro libertà porta con sé un paradosso: non vengono pienamente esonerati dalle condanne attraverso una dichiarazione giudiziaria di innocenza. Jason Baldwin avrebbe spiegato di non essere particolarmente favorevole all’accordo, ma di averlo accettato anche perché rappresentava una possibilità concreta di salvare Echols dalla pena capitale.
Dopo la liberazione le loro vite prendono strade diverse. Damien Echols pubblica il memoir Life After Death e continua a sostenere pubblicamente la propria innocenza. Jason Baldwin contribuisce alla fondazione di Proclaim Justice, organizzazione impegnata a sostenere persone che affermano di essere state condannate ingiustamente. Jessie Misskelley torna invece a West Memphis e conduce una vita molto più lontana dai riflettori. Nel frattempo libri, documentari, giornalisti, avvocati e investigatori indipendenti continuano a discutere il caso. Per i sostenitori dell’innocenza dei tre, la vicenda rappresenta uno degli esempi più clamorosi dei pericoli delle confessioni controverse, dei pregiudizi culturali e di un’indagine influenzata dal clima della Satanic Panic. Altri ritengono invece che gli elementi emersi nel corso degli anni non consentano di chiudere definitivamente il dibattito sulla loro responsabilità.
In mezzo a tutto questo c’è però un elemento che rischia di essere oscurato dalla notorietà raggiunta dai West Memphis Three: Christopher Byers, Michael Moore e Stevie Branch avevano soltanto otto anni. Dietro i documentari, le celebrità, le campagne internazionali, le discussioni sul DNA e decenni di battaglie giudiziarie rimangono tre bambini assassinati nel maggio del 1993. Damien Echols, Jason Baldwin e Jessie Misskelley Jr. sono liberi dal 2011 e continuano a sostenere di essere innocenti, ma l’accordo che permise loro di uscire dal carcere non equivalse a una piena esonerazione giudiziaria. E così, dopo più di trent’anni, il caso di West Memphis conserva ancora la domanda più importante e inquietante: se non furono loro, chi uccise davvero Christopher Byers, Michael Moore e Stevie Branch?





