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Leatherface è esistito davvero? La storia inquietante che avrebbe ispirato “Non aprite quella porta”

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Per decenni milioni di spettatori sono usciti dal buio del cinema con la stessa domanda martellante nella testa: “E se fosse accaduto davvero?”.

Quando nel 1974 arrivò nelle sale Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre), il film venne presentato come ispirato a fatti reali. Una frase che bastò a trasformarlo in un incubo collettivo. Una trovata pubblicitaria? In parte sì. Ma dietro la maschera di pelle umana del terrificante Leatherface si nascondeva davvero qualcosa di molto più disturbante: frammenti di storie autentiche, killer reali, ossessioni morbose e persino un pensiero oscuro nato tra la folla di un centro commerciale.

La verità è che Leatherface non è mai esistito davvero. Eppure, forse, è persino peggio così.

Perché il mostro del cinema horror sarebbe nato dall’unione di più orrori umani realmente accaduti.

Il nome che emerge più spesso è quello di Ed Gein, uno degli assassini più disturbanti del Novecento americano. Nella tranquilla campagna del Wisconsin degli anni Cinquanta, Gein viveva isolato in una vecchia fattoria dopo una vita segnata da una madre profondamente religiosa, autoritaria e ossessiva.

Augusta Gein aveva cresciuto i figli insegnando loro che il mondo fosse marcio, che le donne fossero creature peccaminose e che il male fosse ovunque. Uno dei figli, Henry, provò a ribellarsi. L’altro, Ed, sembrò invece assorbire ogni parola come una legge divina.

Nel 1944 Henry morì in circostanze mai del tutto chiarite durante un incendio nei campi di famiglia. Ufficialmente un incidente. Ma negli anni molti iniziarono a chiedersi se non fosse stato proprio Ed a liberarsi dell’unica persona che avrebbe potuto allontanarlo dall’influenza della madre.

Quando Augusta morì nel 1945, qualcosa nella mente di Ed sembrò spezzarsi definitivamente.

La vecchia casa di famiglia divenne una specie di santuario chiuso al mondo. Le stanze della madre restarono intatte, quasi sacre. Intanto Gein iniziò a nutrire ossessioni sempre più inquietanti: anatomia umana, esperimenti medici nazisti, pornografia, racconti dell’orrore.

Ma il confine tra fantasia e realtà, a un certo punto, svanì.

Per anni Ed Gein visitò cimiteri di notte. Non cercava denaro, gioielli o oggetti preziosi. Cercava corpi.

Secondo gli investigatori, trafugava cadaveri femminili e portava a casa parti anatomiche da trasformare in oggetti macabri. La sua fattoria divenne lentamente un luogo che sembrava uscito da un delirio impossibile da immaginare.

Poi, nel 1957, la scomparsa di una donna fece precipitare tutto nell’orrore.

Bernice Worden, proprietaria di un negozio di ferramenta, sparì senza lasciare tracce. L’ultimo cliente visto nel suo negozio? Ed Gein.

Quando la polizia arrivò nella sua fattoria, trovò qualcosa che nessuno riuscì più a dimenticare.

Il corpo della donna era appeso in un capanno, decapitato, trattato come un animale macellato.

Ma era solo l’inizio.

Dentro casa gli agenti trovarono teschi umani, ossa trasformate in utensili, resti anatomici conservati come trofei, oggetti costruiti con pelle umana. E soprattutto, qualcosa che avrebbe cambiato per sempre il cinema horror: una sorta di maschera realizzata con pelle vera.

Un volto umano da indossare.

Secondo quanto raccontò agli investigatori, Gein desiderava costruire un “abito femminile” per trasformarsi simbolicamente in sua madre, quasi nel tentativo impossibile di farla tornare in vita attraverso sé stesso.

Fu dichiarato incapace di intendere e di volere e trascorse il resto della sua esistenza in ospedali psichiatrici. Ancora oggi non si conosce il numero esatto delle sue vittime.

Ed è qui che nasce il primo vero volto di Leatherface.

Ma la storia non finisce nel Wisconsin.

Per costruire il suo mostro cinematografico, gli autori di Non aprite quella porta avrebbero guardato anche verso un altro orrore americano: quello di Dean Corll, soprannominato il Candy Man, e del suo giovane complice Elmer Wayne Henley.

Negli anni Settanta, in Texas, Corll attirava adolescenti promettendo feste, alcol e amicizia. Dietro la facciata di uomo comune si nascondeva però uno dei serial killer più spietati della storia americana.

Henley, ancora adolescente, finì sotto la sua influenza. Proveniva da una famiglia segnata da violenze e problemi, e in Corll sembrò trovare una figura di riferimento tossica e manipolatrice.

Presto iniziò a portargli vittime.

Ragazzi giovanissimi che sparivano nel nulla.

Solo più tardi Henley comprese che quei ragazzi non venivano “portati via”, come aveva inizialmente creduto, ma torturati e uccisi.

Eppure non si fermò.

Secondo gli investigatori, partecipò direttamente ad almeno alcuni degli omicidi e aiutò a nascondere i corpi. La spirale si interruppe soltanto nel 1973, quando durante una notte destinata a trasformarsi nell’ennesimo massacro, Henley impugnò una pistola e sparò a Dean Corll, uccidendolo.

Fu proprio lui a guidare poi la polizia verso le fosse dove erano stati sepolti decine di ragazzi.

Un orrore reale che contribuì a modellare la follia morale dei personaggi del film.

Ma c’è un dettaglio ancora più inquietante.

Il regista Tobe Hooper raccontò che l’idea della motosega arrivò in un modo quasi assurdo.

Nel 1972 si trovava intrappolato nella folla natalizia di un centro commerciale, esasperato dal caos e incapace di muoversi. Vicino a lui c’era un’esposizione di motoseghe.

Per un istante, raccontò, gli attraversò la mente un pensiero oscuro: “Con quella riuscirei a farmi largo molto velocemente”.

Non lo fece, naturalmente.

Ma quell’immagine restò nella sua testa.

Poco dopo, ricordando anche il racconto di un medico che gli aveva confessato di aver creato una maschera di pelle usando il volto di un cadavere durante gli studi universitari, Hooper disse che la storia sembrò nascere tutta insieme, come se qualcuno gliel’avesse sussurrata all’orecchio.

Una famiglia sperduta. Una casa isolata. Il terrore rurale. La fuga impossibile. La motosega.

Così nacque uno dei film horror più traumatizzanti della storia del cinema.

E forse il dettaglio più disturbante resta proprio questo: Leatherface non è mai esistito davvero.

Ma le persone che lo hanno ispirato sì.

E quando il cinema prende in prestito l’orrore dalla realtà, la paura smette di essere soltanto intrattenimento. Diventa qualcosa che continua a respirare anche dopo i titoli di coda.