All’inizio del Novecento, in Germania, c’era un cavallo capace apparentemente di fare qualcosa di impossibile. Gli facevano una domanda matematica e lui rispondeva battendo lo zoccolo a terra. Addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni: Clever Hans sembrava conoscere la risposta. Non era un numero da circo qualsiasi. Il fenomeno attirò studiosi, psicologi e ricercatori interessati al paranormale, mentre folle di curiosi accorrevano per vedere quell’animale apparentemente dotato di un’intelligenza straordinaria. Qualcuno arrivò inevitabilmente a chiedersi se Hans non possedesse addirittura capacità telepatiche. La verità, quando venne scoperta, si rivelò forse ancora più interessante: Clever Hans non sapeva fare matematica, ma aveva imparato qualcosa sugli esseri umani che gli stessi uomini non avevano ancora compreso.
Per capire perché un cavallo potesse essere preso tanto sul serio bisogna tornare all’atmosfera culturale dell’epoca. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, telepatia, chiaroveggenza, precognizione e sedute spiritiche non interessavano soltanto ciarlatani e appassionati dell’occulto. Alcuni importanti scienziati e filosofi cercavano seriamente di capire se dietro quei fenomeni potesse nascondersi qualcosa di reale. J.J. Thomson, premio Nobel per la Fisica nel 1906, partecipò a esperimenti sui medium. Il filosofo C.D. Broad studiò la possibilità della precognizione. In un mondo nel quale il telefono permetteva improvvisamente di parlare con qualcuno dall’altra parte del pianeta e i raggi X consentivano di guardare dentro il corpo umano, persino ciò che sembrava impossibile poteva apparire degno di essere indagato.
A un certo punto la domanda divenne ancora più strana: e se capacità simili esistessero anche negli animali? Il filosofo di Oxford Friedrich Canning Scott Schiller, membro della Society for Psychical Research, si interessò agli animali che sembravano possedere facoltà inspiegabili. Nell’Encyclopaedia Britannica arrivò a discutere dei cosiddetti “matematici equini”, cavalli che apparentemente risolvevano operazioni battendo gli zoccoli.
Nel 1914 Schiller studiò anche Rolf, il “cane pensante di Mannheim”. Rolf avrebbe risposto a problemi matematici battendo la zampa e, grazie a un sistema nel quale lettere e sillabe corrispondevano a determinati segnali, sarebbe stato persino capace di costruire frasi. Schiller raccontò addirittura un episodio nel quale il cane avrebbe manifestato a un sacerdote la propria fede cattolica. Le storie di Rolf e di altri “cani pensanti” cominciarono a moltiplicarsi e divisero gli studiosi: alcuni ritenevano che gli animali possedessero capacità intellettive molto superiori a quanto immaginato, altri cercavano spiegazioni ancora più sorprendenti.
Lo scienziato russo Vladimir Bechtereev, destinato a compiere importanti studi sulla memoria e sulla struttura del cervello, ipotizzò per esempio che alcuni di questi fenomeni potessero dipendere dalla telepatia tra animale e proprietario. Non sarebbe quindi stato il cane a conoscere realmente la soluzione: l’informazione gli sarebbe arrivata direttamente dalla mente dell’uomo.
Schiller affrontò la questione con una certa ironia filosofica. Se Rolf era davvero tanto bravo in matematica, perché non utilizzava mai questa capacità spontaneamente nella vita quotidiana? E se era davvero un cattolico convinto, perché non manifestava alcun interesse nell’andare in chiesa? Era un modo provocatorio per mettere alla prova affermazioni straordinarie attraverso le loro conseguenze concrete.
E non c’erano soltanto i cani. Nel 1929 i ricercatori Joseph Banks Rhine e Louisa Rhine, figure centrali nella nascita della controversa parapsicologia accademica, studiarono una cavalla americana chiamata Lady Wonder. Secondo chi la osservava, Lady Wonder poteva risolvere problemi matematici, indicare l’ora e perfino formulare previsioni toccando con il muso blocchi contrassegnati da lettere e numeri.
Ma nessuno raggiunse la fama di Clever Hans. Il cavallo tedesco e il suo proprietario Wilhelm von Osten diventarono una vera attrazione. Hans sembrava rispondere alle domande contando con lo zoccolo e le sue esibizioni richiamavano folle enormi. A interessarsi al caso fu anche Carl Stumpf, uno dei pionieri della psicologia moderna. Se davvero quell’animale era capace di comprendere il linguaggio umano e risolvere problemi matematici, le conseguenze sarebbero state enormi.
Fu però il collaboratore di Stumpf, lo psicologo Oskar Pfungst, a notare qualcosa che agli altri era sfuggito. Hans rispondeva correttamente soltanto in determinate circostanze. Quando la persona che gli poneva la domanda conosceva la risposta e il cavallo poteva guardarla, le prestazioni erano sorprendenti. Ma quando chi formulava la domanda ignorava la soluzione oppure Hans non poteva vedere quella persona, quella straordinaria abilità cominciava a svanire.
Pfungst capì allora che il segreto non si trovava nella matematica e nemmeno nella telepatia. Si trovava nei nostri corpi. Quando Hans iniziava a battere lo zoccolo, osservava attentamente chi aveva davanti. Avvicinandosi al numero corretto, le persone modificavano inconsapevolmente postura, tensione muscolare, espressione o altri minuscoli segnali corporei. Quando raggiungeva la risposta giusta, qualcosa nel loro comportamento gli comunicava inconsciamente che era arrivato il momento di fermarsi. Nemmeno il proprietario di Hans si rendeva conto di fornire quelle indicazioni.
Il cavallo, quindi, non stava risolvendo le operazioni. Stava leggendo gli esseri umani.
Da quella scoperta nacque quello che ancora oggi viene chiamato “effetto Clever Hans”: un ricercatore può influenzare inconsapevolmente il soggetto di un esperimento attraverso aspettative, comportamenti e segnali involontari. Una lezione fondamentale che contribuì allo sviluppo di metodologie sperimentali molto più rigorose.
La storia degli animali “telepatici” ebbe conseguenze ancora più inattese. Proprio gli esperimenti condotti per verificare fenomeni come la telepatia contribuirono allo sviluppo della randomizzazione sperimentale, oggi uno degli strumenti fondamentali della ricerca scientifica. Se sperimentatore e partecipante conoscono ciò che dovrebbe accadere, infatti, aspettative e piccoli segnali inconsci possono alterare il risultato. Affidare al caso alcune parti dell’esperimento permette di ridurre questa possibilità.
Così un cavallo che sembrava possedere poteri paranormali contribuì indirettamente a insegnare alla scienza come difendersi dai propri errori. Clever Hans non era telepatico e probabilmente non avrebbe saputo risolvere neppure la più semplice addizione. Ma aveva sviluppato un’abilità autentica e sorprendente: era straordinariamente bravo a osservare gli esseri umani e a cogliere segnali dei quali noi stessi non eravamo consapevoli.
Ed è forse questo il dettaglio più affascinante dell’intera vicenda. Gli uomini osservavano Clever Hans convinti di studiare la mente misteriosa di un cavallo. Senza rendersene conto, era invece il cavallo che stava leggendo loro.





