È rimasta immobile per circa 11.000 anni, nello stesso luogo in cui qualcuno l’aveva collocata quando gran parte della storia umana che conosciamo doveva ancora essere scritta. Un uomo siede sul dorso di un leopardo. L’animale mostra i denti e sembra ringhiare, mentre la figura umana lo sovrasta. Chi scolpì quella scena? E soprattutto: che cosa voleva raccontare?
La scoperta arriva da Karahan Tepe, nel sud della Turchia, uno dei siti neolitici più antichi e affascinanti conosciuti dagli archeologi. Durante la campagna di scavi del 2026, i ricercatori hanno riportato alla luce una statua alta circa 70 centimetri, raffigurante apparentemente un uomo seduto sul dorso di un leopardo. Ma c’è un particolare ancora più sorprendente: secondo gli archeologi, la statua sarebbe stata trovata nel punto in cui venne originariamente collocata intorno al 9000 a.C.
Era sistemata sopra una sorta di piattaforma o panca di pietra che correva lungo la parete di una struttura circolare dal diametro di circa tre metri, con un pavimento composto da lastre piatte. A cosa servisse quell’ambiente non è ancora chiaro. La scoperta è stata annunciata il 25 agosto 2026 dal ministro turco della Cultura e del Turismo Mehmet Nuri Ersoy, che ha definito la scultura un reperto unico. Per comprenderne il possibile significato bisogna però guardare a ciò che gli archeologi hanno trovato intorno a essa.
Karahan Tepe venne individuato nel 1997 nell’attuale provincia turca di Şanlıurfa. L’insediamento risalirebbe almeno al 9750 a.C., rendendolo uno dei più importanti siti neolitici della regione. Gli scavi nell’area interessata dall’ultima scoperta sono iniziati nel 2019 e hanno restituito numerose immagini nelle quali esseri umani e animali sembrano entrare continuamente in relazione. Nel 2023 venne scoperta una gigantesca statua maschile alta circa due metri e mezzo, seduta su una panca decorata con le immagini di un leopardo e di un avvoltoio. Successivamente sono emerse anche piccole figure raffiguranti una volpe, un cinghiale, un avvoltoio e altri animali.
Ma tra tutte queste creature ce n’è una che continua a tornare: il leopardo. La sua presenza a Karahan Tepe è talmente frequente da aver attirato da tempo l’attenzione degli studiosi. E c’è qualcosa che rende la nuova scoperta ancora più enigmatica. In precedenza erano state trovate almeno tre rappresentazioni del rapporto tra uomo e leopardo nelle quali la situazione sembrava praticamente capovolta: non era l’uomo a trovarsi sopra l’animale, ma il leopardo a essere rappresentato sulla schiena dell’uomo. Potrebbe trattarsi di un animale trasportato dopo essere stato cacciato, ma quella posizione potrebbe avere anche un significato completamente diverso. Adesso compare invece un uomo sul dorso del felino. Due immagini opposte, lo stesso animale, la stessa antichissima comunità.
I leopardi erano predatori presenti nella regione e rappresentavano animali potenti, pericolosi e probabilmente difficili da cacciare. Secondo l’archeologo Jens Notroff del German Archaeological Institute, proprio queste caratteristiche potrebbero aver contribuito ad attribuire loro un particolare valore simbolico. Il direttore degli scavi Necmi Karul ha inoltre sottolineato come il leopardo sia uno dei motivi animali più frequenti di Karahan Tepe, presente sia nelle sculture sia nei rilievi.
Per quelle comunità neolitiche, inoltre, il confine tra uomo e natura potrebbe essere stato profondamente diverso dal nostro. Quelle persone vivevano immerse nel mondo animale, dipendevano da esso, lo cacciavano e contemporaneamente ne erano minacciate. È possibile quindi che attribuissero ad alcune specie significati che andavano ben oltre la semplice sopravvivenza. Alcuni studiosi hanno proposto che il leopardo potesse essere collegato a concetti come protezione o trasformazione, ma si tratta di interpretazioni e non di certezze.
Ed è proprio qui che comincia il vero mistero. Non esistono testi lasciati dagli abitanti di Karahan Tepe capaci di spiegarci cosa significassero quelle immagini. Non conosciamo i loro racconti, le loro credenze o le eventuali divinità che veneravano. Sono rimaste soltanto le pietre e quelle strane figure scolpite migliaia di anni prima dell’invenzione della scrittura.
Qualcuno, circa 11.000 anni fa, decise che la scena di un uomo e di un leopardo fosse abbastanza importante da essere scolpita nella pietra e collocata all’interno di una struttura. Forse raccontava una caccia. Forse rappresentava il potere. Forse parlava di protezione, trasformazione, morte o rinascita. Oppure raccontava qualcosa che, dopo undicimila anni, non possediamo più nemmeno le parole per comprendere.
La statua è ancora lì. L’uomo continua a cavalcare il leopardo. Ma il messaggio che qualcuno volle affidare alla pietra intorno al 9000 a.C. è rimasto dall’altra parte del tempo. E per ora, Karahan Tepe continua a custodirlo.





