Immaginiamo che accada domani. Un oggetto sconosciuto attraversa l’atmosfera, rallenta e atterra. Si apre un portello e, per la prima volta, ci troviamo davanti a esseri provenienti da un altro mondo. Superato lo shock iniziale, dopo le inevitabili domande sulle loro intenzioni e sul luogo da cui provengono, emergerebbe un problema molto più concreto: che cosa diavolo potremmo offrirgli da mangiare? La risposta potrebbe essere sorprendente. Forse nulla.
Prima di avventurarci nell’ipotesi bisogna chiarire un punto fondamentale: non esistono prove scientifiche che esseri extraterrestri abbiano visitato la Terra, né sappiamo naturalmente qualcosa della loro eventuale alimentazione. NASA e Dipartimento della Difesa statunitense non hanno trovato prove verificabili che i fenomeni anomali non identificati siano tecnologie extraterrestri. Quello che segue è quindi un esperimento mentale, ma possiamo utilizzare biologia, metabolismo e astrobiologia per capire cosa potrebbe accadere se un organismo alieno arrivasse davvero sul nostro pianeta.
Curiosamente, gli unici “extraterrestri” dei quali conosciamo realmente la dieta siamo noi. Gli astronauti trascorrono settimane o mesi fuori dalla Terra e sappiamo che persino il corpo umano cambia il proprio rapporto con il cibo nello spazio. In microgravità possono modificarsi appetito, percezione dei sapori, massa muscolare, salute delle ossa, idratazione e consumo energetico. Se già un organismo terrestre portato fuori dal proprio ambiente richiede adattamenti così complessi, possiamo immaginare quanto sarebbe difficile alimentare una creatura evolutasi su un altro pianeta.
Naturalmente non esiste biologicamente una categoria chiamata “alieno”. Gli extraterrestri della cultura popolare possono essere piccoli esseri grigi dalla testa enorme, rettiliani, umanoidi giganteschi, creature luminose oppure intelligenze completamente artificiali. Sono immagini appartenenti alla fantascienza e al folklore ufologico, non alla zoologia. Possiamo però fare un gioco interessante: supporre che alcuni di questi esseri funzionino secondo principi biologici vagamente simili ai nostri e provare a calcolare quanta energia potrebbero richiedere.
Negli animali terrestri il metabolismo basale aumenta generalmente con la massa corporea, ma non in maniera perfettamente proporzionale. Un topo consuma moltissima energia rispetto al proprio peso; un elefante consuma enormemente di più in termini assoluti, ma ogni chilogrammo del suo corpo richiede relativamente meno energia. Applicando molto cautamente principi simili a un ipotetico extraterrestre a sangue caldo, un organismo di circa 30 chilogrammi potrebbe richiedere intorno alle 900 chilocalorie al giorno soltanto per mantenersi in vita a riposo. Uno di 70 chilogrammi potrebbe aggirarsi sulle 1.700 kcal, mentre una creatura di 150 chilogrammi potrebbe superare le 3.000 kcal senza neppure fare particolare attività fisica.
Poi naturalmente bisogna muoversi. Camminare, correre, volare, scavare, mantenere la temperatura corporea, digerire e utilizzare un cervello complesso richiedono altra energia. Un alieno che attraversasse mezzo pianeta per rapire una mucca avrebbe quindi esigenze decisamente superiori al suo metabolismo basale. Ed è proprio qui che possiamo divertirci a mettere alla prova alcuni degli extraterrestri classici dell’immaginario collettivo.
Prendiamo il famoso “grigio”, esile, con poco apparente tessuto muscolare e una testa enorme. Se pesasse tra 25 e 40 chilogrammi e avesse un metabolismo paragonabile a quello di un animale terrestre a sangue caldo, potrebbe aver bisogno indicativamente di 800-1.100 kcal al giorno a riposo. Ma quella gigantesca testa solleva un problema. Il cervello umano, pur rappresentando soltanto una piccola parte della massa corporea, consuma circa un quinto dell’energia utilizzata dal nostro organismo a riposo. Se il cervello del piccolo grigio fosse proporzionalmente ancora più grande e metabolicamente simile al nostro, mantenerlo acceso potrebbe costare parecchio. Avrebbe quindi bisogno di alimenti molto energetici oppure di un metabolismo incredibilmente efficiente.
Poi c’è il rettiliano. Se fosse veramente simile fisiologicamente ai rettili terrestri e quindi ectotermo, potrebbe consumare relativamente poca energia per mantenere la propria temperatura corporea. Una creatura di 100 chilogrammi potrebbe aver bisogno di meno cibo rispetto a un mammifero dello stesso peso, purché si trovasse in un ambiente abbastanza caldo. Ma trasformiamolo nel classico rettiliano della fantascienza: bipede, muscoloso, intelligente e molto attivo. A quel punto il conto cambia drasticamente. Un esemplare di 150 chilogrammi dotato di metabolismo endotermo potrebbe superare le 3.000 kcal giornaliere anche a riposo.
L’umanoide alto, tra gli 80 e i 100 chilogrammi, sarebbe forse il nostro ospite più semplice. Con una fisiologia simile a quella umana potrebbe aver bisogno approssimativamente di 1.900-2.300 kcal a riposo e tra 2.500 e 4.000 durante una giornata attiva. Ma anche qui entrerebbero in gioco gravità, temperatura, microbiota, idratazione, stress e adattamento al nostro ambiente.
Esiste poi una possibilità completamente diversa. E se l’alieno non fosse più biologico? Una civiltà sufficientemente avanzata potrebbe aver sostituito il corpo naturale con strutture sintetiche, oppure potrebbe essere rappresentata da intelligenze artificiali. In quel caso parlare di pranzo diventerebbe quasi ridicolo. Il loro “cibo” potrebbe essere elettricità, calore, combustibili chimici o persino energia nucleare. Non avrebbero bisogno di pasta, carne o verdure: avrebbero bisogno di una presa di corrente molto, molto particolare.
Ma supponiamo che siano creature biologiche basate, proprio come noi, su carbonio e acqua. La Terra sembrerebbe allora un gigantesco buffet: acqua liquida, sali, zuccheri, grassi, aminoacidi, minerali e quantità immense di materia organica. Eppure potrebbe nascondere una trappola. Essere fatto di carbonio non significa automaticamente poter mangiare ciò che mangiamo noi.
Le nostre proteine potrebbero essere inutilizzabili per un organismo che utilizza aminoacidi differenti. I nostri zuccheri potrebbero non essere metabolizzabili. Alcune molecole innocue per noi potrebbero essere velenose per loro. E poi ci sono batteri, virus, funghi e altri microrganismi. Potrebbero risultare completamente incapaci di infettare un extraterrestre oppure, nello scenario opposto, diventare devastanti per un organismo che non ha mai sviluppato difese contro la vita terrestre.
È l’idea resa celebre nel 1898 da H.G. Wells ne “La guerra dei mondi”: i marziani non vengono sconfitti dalle armi dell’umanità, ma dai microrganismi terrestri contro i quali non possiedono difese evolutive. Fantascienza, naturalmente, ma costruita attorno a un interrogativo biologico interessante.
L’astrobiologia considera generalmente fondamentali per la vita almeno una fonte energetica, un mezzo liquido e elementi chimici adatti. Questo non significa però che due forme di vita debbano poter condividere la stessa alimentazione. Basta guardare il nostro pianeta: un koala dipende quasi completamente dall’eucalipto, mentre una mucca ha bisogno di particolari microrganismi intestinali per riuscire a sfruttare la cellulosa dell’erba. Mangiare non significa semplicemente introdurre calorie: significa possedere la biochimica necessaria per utilizzarle.
E allora arriviamo alla parte più curiosa. Se gli alieni sbarcassero sulla Terra, forse non sarebbero interessati alle nostre bistecche, alla pizza e nemmeno agli esseri umani. Potrebbero cercare semplicemente materie prime: acqua, azoto, fosforo, ferro, sali, lipidi, biomassa microbica o molecole organiche elementari. Persino il grande classico ufologico delle mucche rapite potrebbe essere reinterpretato, esclusivamente per gioco, come una sorta di campionamento nutrizionale extraterrestre. Per la mucca, naturalmente, cambierebbe ben poco.
Un vero contatto con una forma di vita extraterrestre porrebbe quindi problemi molto più strani di quelli raccontati normalmente dalla fantascienza. Non servirebbero soltanto astronomi, linguisti, diplomatici e ingegneri. Avremmo bisogno anche di biologi e nutrizionisti capaci di stabilire quali molecole quella creatura possa utilizzare, quanta energia richieda, quali sostanze possano avvelenarla, quali microrganismi trasporti e quali risorse terrestri possa utilizzare senza danneggiare gli ecosistemi.
In altre parole, nel giorno del primo contatto potremmo aver bisogno di una professione che oggi sembra uscita da una commedia fantascientifica: il nutrizionista per extraterrestri.
E resta una domanda. Se domani un’astronave atterrasse sulla Terra e i suoi occupanti avessero attraversato lo spazio per raggiungerci, cosa cercherebbero davvero una volta aperto il portello? Acqua? Minerali? Energia? Materia organica?
O forse guarderebbero il nostro pianeta, pieno di esseri viventi, e vedrebbero qualcosa che noi non abbiamo mai considerato.
Un gigantesco supermercato cosmico.





