“Invece di cercare di sradicare il narcotraffico, i governi degli Stati Uniti lo proteggono, lo coprono e lo alimentano. Il termine narcotraffico viene usato per controllare politicamente i nostri Paesi, condizionarli e minacciarli”.
Con queste parole il presidente boliviano Evo Morales ha attaccato duramente Washington durante una cerimonia pubblica davanti ai vertici delle forze armate, poche ore prima dell’arrivo a La Paz del sottosegretario di Stato americano per l’America Latina, Arturo Valenzuela.
Morales ha messo in dubbio anche l’efficacia del sostegno economico statunitense ai giudici impegnati nella lotta alla droga, chiedendosi se questi fondi servano davvero a contrastare il traffico di stupefacenti oppure, al contrario, a proteggere e favorire i narcotrafficanti. Secondo il leader boliviano, dietro le politiche antidroga degli Stati Uniti si nasconderebbero soprattutto interessi di natura politica.
Il presidente, storico leader dei produttori di coca, ha poi citato il caso della Colombia, che nel 2009 ha ricevuto dagli Stati Uniti 469 milioni di dollari, contro i 24 milioni destinati alla Bolivia. Eppure, ha sottolineato, la Colombia continua a essere uno dei principali esportatori di cocaina. “Se da decenni riceve presenza militare, cooperazione e risorse dagli Stati Uniti, dovrebbe essere un Paese modello, libero dal narcotraffico”, ha osservato Morales.
Allo stesso tempo, il presidente boliviano ha riconosciuto per la prima volta in modo esplicito che il narcotraffico è riuscito a infiltrarsi anche nelle istituzioni del suo Paese. “Vedo complicità in alcune istituzioni, nella giustizia e nella polizia”, ha ammesso.
Morales ha infine riconosciuto la forza economica e il potere di penetrazione delle organizzazioni criminali, sottolineando che il fenomeno non riguarda soltanto la Bolivia, ma rappresenta una minaccia globale capace di insinuarsi nelle strutture dello Stato in molte parti del mondo.






