Eluana Englaro aveva il diritto di interrompere i trattamenti che la tenevano in vita anche in Lombardia. E la Regione, allora guidata da Roberto Formigoni, aveva il dovere di garantire quella scelta. A stabilirlo è stata la sentenza con cui il Consiglio di Stato ha chiuso uno dei capitoli più delicati e simbolici della vicenda di Eluana, la donna rimasta in stato vegetativo per quasi diciotto anni.
Nel febbraio del 2009, per dare esecuzione alla decisione della Cassazione che autorizzava la sospensione dell’alimentazione artificiale e delle terapie, Eluana fu trasferita in Friuli, nella clinica La Quiete di Udine. La Lombardia, infatti, si era rifiutata di applicare quella sentenza. Ora, con questa decisione, viene affermato con chiarezza un principio fondamentale: il diritto alle cure comprende anche il diritto di rifiutarle o interromperle.
Si tratta di un passaggio molto importante, perché chiarisce che l’assistenza sanitaria non può essere interpretata solo come obbligo di mantenere in vita a ogni costo, ma anche come rispetto della volontà del paziente quando chiede di non proseguire i trattamenti. In altre parole, lo Stato e le Regioni non devono soltanto offrire cure, ma anche garantire che il cittadino possa esercitare liberamente il proprio diritto a dire no.
Per la famiglia Englaro, questa sentenza rappresenta un ulteriore riconoscimento del senso profondo della lunga battaglia combattuta in tutti questi anni. Non solo sul piano personale, ma anche su quello civile e costituzionale. La vicenda di Eluana, infatti, ha segnato uno spartiacque nel dibattito italiano sul fine vita, mettendo al centro il tema delle libertà fondamentali del cittadino davanti alle istituzioni.
Anche dal mondo radicale e dall’Associazione Luca Coscioni è arrivata una lettura molto netta della sentenza: non un caso isolato, ma un messaggio rivolto a tutte le Regioni italiane. Il principio è semplice e destinato a pesare nel dibattito pubblico: il diritto alla cura non può essere separato dal diritto all’autodeterminazione terapeutica.
Di segno opposto la posizione di Roberto Formigoni, che ha criticato la decisione sostenendo che in Italia l’eutanasia non è legale e che il Consiglio di Stato non avrebbe competenza per intervenire su diritti fondamentali come la vita e la morte. Ma proprio qui sta uno dei nodi centrali della questione: il caso Englaro non riguarda la legalizzazione dell’eutanasia, bensì il diritto del paziente a interrompere trattamenti sanitari non più voluti.
Ed è questo, probabilmente, il significato più forte della sentenza: ricordare che una democrazia matura non si misura soltanto dalla capacità di curare, ma anche dalla capacità di rispettare la volontà della persona quando quella cura non è più accettata come tale.






