Sono finalmente arrivato in Svizzera e ci sono arrivato, purtroppo, con le mie forze e non con l’aiuto del mio Stato. Volevo ringraziare una persona che ha potuto sollevarmi da questo inferno di dolore, di dolore, di dolore. Questa persona si chiama Marco Cappato e lo ringrazierò fino alla morte. Grazie Marco. Grazie mille
Questo è stato l’ultimo tratto del cammino di Fabiano Antoniani, per tutti Dj Fabo. Un uomo di quarant’anni, cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale, costretto da allora a vivere in una condizione che lui stesso considerava insostenibile. Non chiedeva pietà. Chiedeva una cosa molto più semplice e molto più difficile da ottenere in un Paese immobile: la libertà di scegliere della propria vita e della propria morte.
Le terapie non erano servite. Il dolore, la dipendenza totale dagli altri, l’assenza di ogni autonomia avevano trasformato la sua esistenza in una prigione fisica e psicologica. Dj Fabo aveva chiesto alle istituzioni di affrontare il tema, di assumersi una responsabilità, di dare finalmente una risposta civile e giuridica a chi vive condizioni estreme. Ma la politica, come troppo spesso accade quando servirebbero coraggio e umanità, ha risposto con il silenzio.
E così Fabo è stato costretto a fare ciò che nessun cittadino dovrebbe essere costretto a fare: andare altrove per esercitare un diritto che il proprio Paese non ha avuto il coraggio di riconoscere. In Svizzera, questa mattina, ha attivato lui stesso il meccanismo che ha posto fine alla sua vita, mordendo un pulsante, perché quella era l’unica parte del corpo che riusciva ancora a controllare.
Ed è impossibile non fermarsi davanti a quell’immagine. Un uomo immobile, cieco, disteso su un letto, che usa la bocca per compiere l’ultimo gesto di libertà rimastogli. È un’immagine che lacera, che costringe a guardare il dolore senza ipocrisie, senza comode astrazioni morali, senza rifugiarsi nelle formule vuote di chi parla di sacralità della vita ignorando la concretezza della sofferenza.
La domanda vera è tutta qui: come si può non provare empatia? Come si può osservare una condizione simile e continuare a negare il diritto di scelta? Come si può pretendere di chiamare “vita” un’esistenza che per chi la vive è diventata soltanto dolore, dipendenza, buio, impossibilità?
Io sono sempre stato dalla parte della vita. Ed è proprio per questo che penso sia necessario difendere anche il diritto di dire basta quando la vita, per una persona, si è trasformata in una condanna senza sollievo. Non c’è nulla di antiumano in questa idea. Disumano, semmai, è costringere qualcuno a restare inchiodato a una sofferenza che non ha scelto, in nome di principi imposti dall’esterno, spesso branditi con una crudeltà travestita da morale.
C’è una differenza enorme tra accompagnare una persona nella sua libertà e costringerla a subire la propria agonia. La vera compassione non è imporre resistenza a ogni costo. La vera compassione è ascoltare, comprendere, rispettare. È riconoscere che la dignità non coincide sempre con il semplice prolungamento biologico dell’esistenza.
Per questo la responsabilità della politica, in questa storia, è enorme. Perché il vuoto normativo non è neutro: produce sofferenza, costringe all’esilio, scarica sulle famiglie e sui singoli il peso di decisioni che uno Stato civile dovrebbe affrontare apertamente. Anche il silenzio, quando riguarda vite spezzate e diritti negati, diventa una forma di violenza.
E poi c’è l’ipocrisia di chi pretende di parlare in nome della compassione mentre nega alle persone la possibilità di decidere del proprio destino. Una compassione vera non umilia, non impone, non ricatta moralmente. Una compassione vera non trasforma il dolore altrui in un campo di battaglia ideologico.
Dj Fabo non chiedeva privilegi. Chiedeva libertà. Chiedeva che la sua volontà fosse riconosciuta. Chiedeva che la dignità di una persona non fosse sacrificata sull’altare dell’inerzia politica e dell’oscurantismo morale.
Perché un essere umano dovrebbe essere obbligato a soffrire contro la propria volontà? Quale dignità c’è in una libertà negata? Quale civiltà può definirsi tale se, davanti al dolore estremo, sa offrire solo divieti, ritardi e indifferenza?
Io immagino un mondo più umano. Un mondo in cui nessuno venga costretto a portare una croce che non riesce più a sostenere. Un mondo in cui la libertà di scegliere non venga trattata come uno scandalo, ma come l’ultima forma possibile di dignità.
Parola di ateo.
Gianni Leone





