L’ex manager tedesco Eberhard von Brauchitsch, figura nota anche per il suo coinvolgimento in uno dei più grandi scandali politico-finanziari della Germania del dopoguerra, è morto insieme alla moglie Elga ricorrendo al suicidio assistito presso la clinica svizzera Dignitas.
A raccontare la decisione della coppia è stata la figlia Bettina von Brauchitsch, spiegando che entrambi, di fronte al rapido peggioramento delle proprie condizioni di salute, avevano deciso di porre fine alla loro vita nel momento che ritenevano più giusto. La madre era in fase avanzata di morbo di Parkinson, mentre il padre soffriva di enfisema.
Secondo il racconto della figlia, non si è trattato di una scelta improvvisa, ma dell’esito di una riflessione maturata davanti alla malattia e alla perdita progressiva di autonomia. I due coniugi avevano condiviso gran parte della loro esistenza: si erano conosciuti settant’anni prima, erano stati sposati per circa sessant’anni e avevano attraversato insieme tutte le stagioni della vita. Per questo, ha spiegato la figlia, hanno deciso di affrontare insieme anche l’ultimo tratto del loro cammino.
La vicenda riporta al centro il tema del suicidio assistito, una pratica ancora fortemente controversa e vietata in molti Paesi europei, ma consentita in Svizzera in determinate condizioni. In casi come questo, il dibattito torna inevitabilmente a concentrarsi sul rapporto tra malattia, sofferenza, autodeterminazione e diritto di scegliere come concludere la propria vita.
La morte della coppia ha suscitato attenzione non solo per il profilo pubblico di von Brauchitsch, ma anche per il significato umano di una decisione presa insieme, dopo una vita condivisa fino all’ultimo giorno.






