A Ciudad Juárez, dove la violenza del narcotraffico ha ormai travolto ogni confine, il principale quotidiano locale arriva a scrivere ciò che in uno Stato di diritto non dovrebbe mai essere necessario ammettere: “Il narcotraffico è l’autorità de facto di questa città”.
Lo afferma il Diario de Juárez in un durissimo editoriale pubblicato dopo l’uccisione di due suoi cronisti, l’ultimo dei quali assassinato pochi giorni fa. Il titolo è già di per sé un atto di accusa e insieme una richiesta disperata: “Cosa volete da noi?”
Il giornale lancia un appello ai cartelli in lotta per il controllo della città, chiedendo una sorta di tregua per poter continuare a lavorare senza vedere i propri reporter e fotografi trasformati in bersagli. Un gesto estremo, che misura la profondità della crisi: non una resa formale, ma il segnale drammatico di una stampa lasciata sola in un territorio dove la legge sembra aver ceduto il passo alla paura.
Il vicedirettore Pedro Torres ha spiegato con parole nette il senso di quella scelta: “Non sappiamo più a chi chiedere giustizia”. E ancora: il giornale chiede ai gruppi criminali di far sapere cosa vogliono venga pubblicato e cosa no, perché i giornalisti possano almeno capire come muoversi in una città dove raccontare i fatti può costare la vita.
Nell’editoriale si legge un’ammissione amarissima: “Siamo comunicatori, non indovini”. Il quotidiano ribadisce di non voler smettere di informare, ma denuncia l’impossibilità di continuare a farlo in condizioni normali tra omicidi, ferimenti e intimidazioni continue.
A pagare con la vita è stato di recente Luis Santiago, fotografo del giornale. Due anni prima era stato assassinato anche il giornalista Armando Rodríguez. Due nomi che si aggiungono a un bilancio sempre più insostenibile per la libertà di stampa in Messico.
Negli ultimi cinque anni, infatti, nel Paese sono stati uccisi 65 giornalisti, altri 12 risultano scomparsi e si sono registrati 16 attentati contro sedi di organi di informazione. Numeri che raccontano meglio di qualsiasi dichiarazione quanto sia diventato pericoloso fare informazione nei territori dominati dai cartelli.
Il governo messicano, però, ha respinto ogni ipotesi di tregua. Il portavoce del presidente Felipe Calderón per le questioni di sicurezza, Alejandro Poiré, ha dichiarato che non può esistere alcun negoziato con i criminali. Una posizione netta, che ribadisce la linea dura dello Stato, ma che lascia intatto il dramma quotidiano di chi, in città come Ciudad Juárez, continua a lavorare sotto tiro.
Il caso del Diario de Juárez mostra così il volto più cupo della guerra ai narcos: quando un giornale arriva a chiedere ai boss “cosa volete da noi”, non è solo la stampa a essere sotto attacco. È l’idea stessa di società civile a vacillare.






