C’è stato un tempo in cui il cinema italiano viveva di pura intuizione. Bastava un’idea, persino un abbozzo di intuizione, e nel giro di poco diventava un film. Era l’epoca degli artigiani veri, quelli che con pochi mezzi, tanta fantasia e un entusiasmo borderline riuscivano a trasformare il nostro paese nel cuore pulsante del cinema di genere mondiale. Da quel calderone uscivano cannibal movie, parodie strampalate, poliziotteschi, gotici, erotici, fantascienze improbabili. E soprattutto una produzione così varia e folle da creare cult ancora oggi adorati da pubblico di mezzo pianeta.
A quasi trent’anni di distanza, un manipolo di giovani americani ha deciso di prendere due dei filoni più caratteristici del nostro passato filmico, il cannibal e la parodia, e fonderli insieme in un unico esperimento. Un incontro immaginario tra Deodato e Franco e Ciccio filtrato però attraverso migliaia di chilometri di oceano, con tutta l’ingenuità e la goliardia tipica dell’entusiasmo statunitense.
Isle of the Damned nasce così, come omaggio e al tempo stesso caricatura affettuosa del nostro cinema di genere. È un prodotto completamente indipendente, costruito con amore per il dettaglio: locandina, titoli di testa, colonna sonora, trucco, acconciature, doppiaggio volutamente sfasato, tutto richiama fedelmente l’estetica italiana anni settanta. I protagonisti hanno nomi italianizzati, il regista si firma Antonello Giallo (una scelta geniale), e l’intero film è un atto d’amore verso un modo di fare cinema ormai scomparso.
La trama è un perfetto pretesto d’annata: la ricerca del tesoro di Marco Polo conduce un gruppo di avventurieri su un’isola popolata da tribù ostili e misteri folkloristici. Al team si uniscono pirati, un ricercatore fuori di testa e persino un improbabile aiutante ninja. Se tutto ciò vi sembra assurdo, è perché lo è. Ed è esattamente qui che sta il divertimento.
Il film alterna comicità volutamente sopra le righe a situazioni che richiamano i vecchi cannibal movie, con una cura sorprendente nel replicare ambientazioni, fotografia e anche le trovate più ingenue del cinema di serie Z italiano. Nonostante l’aspetto parodistico, c’è una struttura inattesa: la storia è coerente nella sua follia e riesce perfino a proporre spunti di lettura più profondi di quanto ci si aspetterebbe da un prodotto dichiaratamente goliardico.
Si parla di colonialismo, avidità, pregiudizi culturali, violenza ideologica e persino di redenzione. Tutte tematiche che emergono tra un’esagerazione e l’altra, dimostrando che la sceneggiatura non è stata trattata con leggerezza. A tratti si concede persino il lusso di provare a essere catartica.
Questo non significa che sia un film perfetto. Alcuni interpreti sono troppo giovani per i ruoli, alcune gag risultano più forti che divertenti, lo stile Troma fa capolino e la fotografia è a volte fin troppo pulita per risultare “datata”. Ma nel complesso tutto si amalgama in un cocktail sorprendentemente armonioso.
Mantenendo le distanze, si potrebbe dire che Antonello Giallo sta a Isle of the Damned come Robert Rodriguez sta a Planet Terror: entrambi prendono un genere, lo smontano, lo esagerano e lo ricompongono con un rispetto quasi devoto.
Durata: 85 minuti
Produzione: Dire Wit Films 2008 (USA)
Regia: Mark Colegrove
Cast: Peter Crates, Aimee Cummings, Dustin Edwards, Larry Gamber, Keith Tveit Langsdorf
