Un nuovo studio europeo realizzato da Epassi con l’Università di Aalto porta alla luce un paradosso tutto italiano. Mentre il 77% delle aziende è convinto di offrire soluzioni di welfare efficaci, solo il 54% dei lavoratori si dichiara realmente soddisfatto. È il “Grande Gap”, la distanza tra ciò che le imprese credono di dare e ciò che i dipendenti percepiscono di ricevere.

Il fenomeno non riguarda solo i numeri ma tocca dimensioni più profonde: fiducia, ascolto e senso di appartenenza. In un contesto in cui il benessere aziendale dovrebbe essere motore di equilibrio e produttività, emerge invece una frattura culturale. Secondo Alberto Perfumo, CEO di Eudaimon, “se il welfare non parla la lingua della vita quotidiana, non genera valore. E se non genera valore, diventa invisibile”.

L’indagine, condotta su oltre seimila dipendenti e più di mille dirigenti di aziende europee, mostra un’Italia in ritardo rispetto ai Paesi del Nord. Mentre in Svezia, Finlandia e Paesi Bassi oltre il 90% dei lavoratori si sente coinvolto, nel nostro Paese la percentuale si ferma al 65%. Una distanza che riflette non solo un minor investimento economico, ma soprattutto una carenza di ascolto.

Il 35% dei dipendenti italiani afferma che i benefit ricevuti non rispondono ai propri bisogni o non vengono utilizzati, ma solo il 3% delle aziende riconosce il problema. In molti casi, il welfare si riduce a una somma di iniziative scollegate, senza un reale impatto sulla vita delle persone. “Il welfare aziendale deve diventare un ecosistema integrato, capace di generare valore reale per chi lavora”, spiega Elisa Terraneo, marketing manager di Eudaimon.

Lo studio invita a un cambio di prospettiva: superare la logica del bonus o del benefit accessorio per costruire una cultura aziendale fondata sul benessere condiviso. Perché colmare il “Grande Gap” non significa solo migliorare la soddisfazione dei dipendenti, ma ridefinire il modo stesso in cui l’impresa si prende cura delle persone.

Di Redazione

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