Il Superbonus 110%, spesso raccontato come una misura disastrosa per i conti pubblici, merita una lettura più onesta e fondata sui numeri. Secondo i dati aggiornati al 31 gennaio 2024, il costo complessivo del provvedimento ammonta a 107,3 miliardi di euro. Una cifra importante, certo, ma che va analizzata nel dettaglio per capire quanto di quel costo sia realmente un’uscita netta per lo Stato.
Di quei 107,3 miliardi, 36,5 miliardi sono già rientrati sotto forma di imposte come IVA, IRES e IRPEF nei soli anni 2022 e 2023. Altri 13,9 miliardi provengono da fondi europei a fondo perduto nell’ambito del PNRR, nella misura dedicata alla transizione ecologica. In totale, circa 50,38 miliardi di euro possono essere subito detratti dal costo complessivo. Il resto della somma, inoltre, non viene pagato in contanti ma spalmato su cinque anni attraverso crediti fiscali, un meccanismo che riduce e diluisce nel tempo l’impatto sul bilancio pubblico.
Il Superbonus non è stato un regalo, ma un investimento. Ha generato quasi un milione di posti di lavoro diretti e nell’indotto, un incremento del PIL di circa 200 miliardi in due anni e un risparmio energetico di oltre 3 miliardi di euro in bolletta, secondo l’Enea. A questo si sommano i benefici ambientali e sociali: riduzione delle emissioni, riqualificazione urbana, aumento del valore degli immobili, miglioramento della sicurezza antisismica. Ogni euro investito ha generato più di due euro di ricchezza complessiva, e chiamarlo “costo” è un errore concettuale. È stato, invece, un motore per l’economia reale, capace di rimettere in movimento un settore stagnante e di favorire una crescita sostenuta in un periodo di forte incertezza globale.
Il Superbonus è nato durante il governo Conte II e, nella sua fase iniziale, è stato sostenuto anche da forze politiche che oggi lo criticano. Lo stesso centrodestra, prima di cambiare posizione, ne aveva riconosciuto il valore, arrivando a prorogarlo fino al 2026 per le zone del Centro Italia colpite dal sisma. Le truffe e le irregolarità, spesso citate come argomento polemico, non pesano sulle casse pubbliche perché la Guardia di Finanza blocca i crediti sospetti e i contenziosi ricadono tra privati e imprese.
Il punto vero è che il Superbonus è diventato terreno di scontro politico. Invece di analizzare i dati, si è preferito trasformarlo in un simbolo negativo, un bersaglio facile da colpire per costruire narrazioni elettorali. Ma la realtà è un’altra: il Superbonus ha sostenuto famiglie, imprese, lavoratori e transizione energetica, restituendo molto più di quanto sia costato.
Il dibattito che lo circonda non è solo economico, ma culturale. È il segno di un Paese che spesso preferisce demolire ciò che funziona piuttosto che correggerlo o migliorarlo. Parlare di sprechi è facile, ma basta guardare i numeri per capire che il Superbonus 110% è stato un investimento strategico. Ha ridato energia a un’economia stanca, ha fatto circolare lavoro, fiducia e ricchezza. E ha dimostrato che quando lo Stato investe nel futuro, i risultati non sono debiti: sono crescita, occupazione e sviluppo per tutti.
