Un’ondata di inserzioni ingannevoli, prodotti vietati e truffe online ha invaso le piattaforme di Meta, portando all’azienda guadagni enormi ma anche forti polemiche. Secondo documenti interni trapelati e analizzati da Reuters, circa il 10% dei ricavi totali di Meta nel 2024 – pari a 16 miliardi di dollari – deriverebbe da pubblicità legate a frodi, giochi d’azzardo illegali e prodotti proibiti.
I documenti rivelano che per almeno tre anni la società di Mark Zuckerberg non è riuscita a fermare un flusso continuo di annunci fraudolenti, esponendo miliardi di utenti di Facebook, Instagram e WhatsApp a schemi di investimento truffaldini, vendite di prodotti medici vietati e offerte di e-commerce ingannevoli.
Ogni giorno, spiegano le analisi interne, le piattaforme del gruppo mostrerebbero agli utenti oltre 15 miliardi di inserzioni “ad alto rischio” di frode, che da sole generano per Meta circa 7 miliardi di dollari di ricavi annualizzati.
Nonostante la gravità dei numeri, la risposta aziendale è stata finora prudente. Meta, infatti, rimuove solo gli inserzionisti con una probabilità di frode superiore al 95%, calcolata dai suoi sistemi automatizzati di controllo. Quando l’algoritmo stima una probabilità inferiore ma comunque significativa, l’azienda non elimina l’inserzionista: applica semplicemente tariffe pubblicitarie più alte, come forma di penalità. In altre parole, chi truffa “poco” paga di più, ma può continuare a operare.
I vertici dell’azienda sarebbero consapevoli del problema. Gli stessi dirigenti, secondo i documenti, si sarebbero dati come obiettivo ridurre il peso delle inserzioni illecite sui ricavi: dal 10,1% del 2024 al 7,3% nel 2025, fino a un 6% nel 2026 e un 5,8% nel 2027. Tuttavia, anche in caso di successo, la quota di pubblicità discutibili resterebbe comunque elevata, con un impatto economico da miliardi di dollari l’anno.
Questi dati riaccendono il dibattito sull’etica delle grandi piattaforme digitali e sulla responsabilità delle aziende tecnologiche nel contrastare i contenuti ingannevoli. Se da un lato Meta dichiara di investire sempre di più in strumenti di moderazione e intelligenza artificiale per individuare le frodi, dall’altro le stesse analisi interne mostrano che la logica del profitto continua a prevalere sulla sicurezza degli utenti.
La vicenda solleva domande cruciali: fino a che punto i giganti del web possono controllare ciò che accade sulle proprie piattaforme? E quanto sono disposti a rinunciare ai profitti pur di proteggere la fiducia dei loro utenti?
