Mercoledì 12 novembre 2025.
Un giorno che avrebbe dovuto segnare un cambio di passo per il web italiano, e che invece si è trasformato in qualcosa di molto diverso: una giornata piena di buone intenzioni, ma anche di ingenuità tech e di soluzioni che sembrano nate in un ufficio lontano anni luce da Internet.
L’Italia ha deciso di mettere un blocco all’accesso ai siti porno, costringendo chiunque voglia aprirli a dimostrare di essere maggiorenne. Non un semplice “clicca qui se hai 18 anni”, ma una verifica vera e propria, costruita attorno al concetto di “doppio anonimato”, che sulla carta promette protezione per i minori e privacy per gli adulti.
Un’idea giusta nelle motivazioni, discutibile nelle modalità.
Il primo problema è sotto gli occhi di chiunque abbia mai navigato online. Le autorità hanno individuato una quarantina di siti principali, chiedendo ai gestori di adeguarsi. Ma chi conosce Internet sa bene che il porno non è un recinto: è un ecosistema enorme. Bloccarne 45 non significa ridurre il fenomeno, significa spostarlo altrove.
È un po’ come chiudere una porta e sperare che nessuno si accorga delle altre cento finestre spalancate.
E il paradosso è che quelle finestre spesso sono molto più rischiose. Perché i portali più grandi, quelli che tutti conoscono, hanno almeno dei filtri, delle regole, una forma di moderazione. I siti minori, invece, no. Spingere il traffico lontano dai grandi player significa farlo scivolare verso posti meno controllati. Dove c’è più caos, più contenuti non verificati, più aree grigie.
Ma il porno online non vive nemmeno più soltanto nei siti. È ovunque: nelle app di messaggistica, nei gruppi chiusi, nelle community nascoste che nessun blocco statale potrà mai raggiungere. Una rete parallela, fluida, alla quale è impossibile mettere cancelli.
Ed è lì che i più giovani, se davvero lo vogliono, continueranno a trovare tutto quello che cercano.
Sul fronte privacy, le rassicurazioni abbondano. Il meccanismo è pensato per non lasciare tracce, per non collegare identità e siti visitati. Suona bene, funziona sulla carta, ma il vero punto è un altro: pochissimi hanno capito cosa succede davvero dietro le quinte.
Molti hanno pensato subito allo SPID, altri hanno associato la verifica ai propri documenti. Segno evidente che la comunicazione non è stata chiara, e che quando si parla di privacy non basta dire “fidati”.
Poi c’è l’aspetto più surreale di tutti: l’applicazione ufficiale che dovrebbe rendere tutto uniforme non è pronta. E non lo sarà per un bel po’. Significa che ogni sito, nel frattempo, farà da sé, con un patchwork di soluzioni diverse.
Un po’ come introdurre la patente obbligatoria… ma senza avere ancora le autoscuole.
Infine, c’è l’elefante nella stanza: le VPN. Lo sanno tutti, lo ammettono anche i documenti ufficiali. Basta un click per far credere a Internet che ci troviamo in un altro paese, e il blocco scompare. È talmente semplice che persino chi non ha mai usato una VPN in vita sua imparerà presto a farlo.
Il problema è che molti si affideranno a servizi gratuiti, spesso opachi, che raccolgono dati e profili degli utenti. Invece di proteggere la privacy, rischiamo di consegnarla al primo sconosciuto che passa.
Così, quella giornata del 12 novembre rimane impressa come il tentativo di costruire una diga con sabbia e buona volontà. Un gesto spinto da intenzioni anche condivisibili, ma realizzato con strumenti inadatti al mare aperto del web.
Una dimostrazione, forse, che Internet non si governa a colpi di divieti, ma con educazione, informazione e un po’ di realismo.
