Tales of an Old Scarecrow è il tipo di album che non si limita a raccontare storie: le mastica, le consuma, le lascia seccare come pagine al sole. Tia Palomba cambia pelle e lo fa con una virata sonora che abbandona la dimensione più folk dei suoi lavori precedenti per immergersi in un country ruvido, vissuto, che sa di legno, polvere e strade infinite. È un disco che non cerca di piacere, ma di essere vero, e proprio lì trova la sua forza.
Questa nuova incarnazione musicale non nasce da un esercizio di stile: arriva da un processo lungo, introspettivo, segnato da anni di esperienze che hanno lasciato tracce profonde. Le canzoni nascono nude, chitarra e voce, figlie di quella tradizione americana che Palomba ha sempre guardato con devozione, ma qui si ampliano in arrangiamenti acustici stratificati, strumenti d’oltreoceano, armoniche che tagliano l’aria e violini che sfiorano la pelle come crepe di memoria.
La scrittura è più intima, scura, a tratti grottesca. L’album attraversa momenti in cui la tristezza sembra impossibile da scalfire, ma invece di affogare vi si adagia, la guarda, la trasforma in racconto. C’è l’accettazione di un percorso personale, quello di un artista che non rincorre trend né comode rassicurazioni. Ogni brano sembra un capitolo di un diario bruciato a metà.
L’arrivo di Tales of an Old Scarecrow segna anche una svolta biografica: la chiusura del percorso con i Lazy Folks e un ritorno alla solitudine creativa, a quei sentieri più selvatici che sembrano appartenere solo a chi sceglie la musica come compagna, non come strategia. È un ritorno all’essenziale, a ciò che vale davvero, lontano dal rumore.
Strumentalmente, il disco è un mosaico di collaborazioni affiatate: chitarre slide, banjo, mandolino, violino, armonica, pianoforti e un contrabbasso che respira come un cuore lento. Nessun eccesso, solo sostanza.
Tales of an Old Scarecrow è il suono di un uomo solo sulla strada, ma più lucido che mai. Non chiede attenzione: la conquista.
