L’arresto del giovane noto come Don Alì, protagonista di un’aggressione ai danni di un insegnante a Torino, è soltanto l’ultimo episodio di una deriva sociale sempre più evidente: la nascita di figure che si autoproclamano difensori del “popolo”, ma che agiscono al di fuori di qualsiasi contesto legale, trasformando la violenza in contenuto da esibire. Non è protesta, non è giustizia: è performance identitaria.
Questi “giustizieri”, spesso legati a micro-gruppi organizzati o a fenomeni social digitali, non cercano soluzioni, cercano pubblico. Non denunciano: inscenano. Invece di rivolgersi alle istituzioni, usano smartphone, dirette e follower come moltiplicatori di un’autorità autoattribuita. È una violenza che non nasce da contesti ideologici, ma da narcisismo sociale e bisogno di riconoscimento.
Non siamo di fronte a ribellioni contro abusi reali, ma alla costruzione di scenari in cui chi aggredisce si presenta come eroe, invertendo ruoli e responsabilità. La vittima diventa personaggio, il colpevole diventa protagonista morale. La scelta del bersaglio è funzionale alla narrazione: non importa cosa sia accaduto, importa che quello che accade faccia rumore.
Questo tipo di violenza non è solo fisica, è culturale: indebolisce la fiducia nelle istituzioni, banalizza la giustizia e trasforma la rabbia sociale in intrattenimento. Il rischio non è solo imitazione, ma legittimazione. Se chi esercita forza ottiene visibilità, allora la forza diventa moneta sociale.
In questa dinamica le periferie digitali e quelle urbane si alimentano a vicenda. La marginalità economica si intreccia alla marginalità simbolica: sentirsi invisibili nel mondo reale spinge a conquistare spazio in quello virtuale. Ma la strada scelta per esistere diventa quella della sopraffazione.
Il problema non riguarda solo un singolo episodio, ma una generazione che cresce in un contesto in cui la violenza non è più un tabù da condannare, ma uno strumento identitario legittimato da follower, click e algoritmi. La società offre poche alternative simboliche a chi cerca ruolo e riconoscimento: se non si è qualcuno, bisogna diventarlo, e diventarlo davanti a una telecamera è più rapido che diventarlo nella realtà.
Affrontare questi fenomeni significa agire su più livelli: repressione penale, certo, ma anche educazione civica, responsabilità digitale e un linguaggio culturale capace di restituire valore alla legge come fondamento collettivo, non come ostacolo alla visibilità personale. Finché la violenza continuerà a essere percepita come scorciatoia per emergere, vedremo nuovi “capitani”, nuovi “vendicatori”, nuovi eroi autoproclamati.
E il problema non sarà ciò che fanno, ma ciò che siamo disposti ad applaudire.
