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Grigorij Efimovič Rasputin, mistico o folle?

Grigorij Efimovič Rasputin è una delle figure più controverse e affascinanti della storia russa tra Otto e Novecento. Attorno al suo nome si sono accumulate leggende, scandali, accuse di fanatismo religioso, racconti di poteri soprannaturali e una morte così violenta da sembrare uscita da un romanzo. Eppure, dietro il mito, vi fu un uomo realmente esistito, capace di passare in pochi anni dalla vita semplice di un villaggio siberiano ai salotti più riservati della corte imperiale dei Romanov.

Rasputin nacque nel villaggio di Pokrovskoe, nella provincia di Tobol’sk, in Siberia, da Efim Jakovlevič Rasputin e Anna Vasil’evna. Persino la sua data di nascita è stata a lungo oggetto di discussione: i biografi hanno proposto anni differenti, generalmente compresi tra il 1860 e il 1870. Questa incertezza è quasi simbolica, perché fin dall’inizio la sua figura appare avvolta in una nebbia di dubbi e interpretazioni contrastanti.

Per molti anni condusse una vita simile a quella di tanti altri contadini siberiani. Lavorava nei campi, allevava cavalli e svolgeva anche l’attività di vetturino. Tuttavia, già da giovane mostrò una forte inclinazione verso la spiritualità e il misticismo. In una Russia ancora profondamente religiosa, soprattutto tra il popolo, non era raro che uomini semplici sviluppassero forme intense di devozione, visioni, pellegrinaggi e pratiche ascetiche. Dopo il matrimonio e la nascita dei suoi tre figli, Rasputin intraprese lunghi viaggi religiosi che contribuirono a costruire la sua fama di uomo santo, o perlomeno di pellegrino ispirato.

Nel 1905 arrivò a San Pietroburgo e, in poco tempo, riuscì a inserirsi negli ambienti religiosi e aristocratici più influenti. Pur essendo privo di istruzione formale, possedeva un carisma eccezionale, una grande capacità di suggestionare chi lo ascoltava e una presenza fuori dal comune. Su di lui iniziarono a circolare voci contrastanti: da una parte veniva considerato un mistico capace di guarire e di leggere nell’animo umano; dall’altra era sospettato di essere vicino a sette religiose estreme e a gruppi spirituali poco ortodossi. Queste dicerie contribuirono ad accrescere la sua fama, rendendolo ancora più enigmatico.

L’evento che cambiò radicalmente la sua vita fu l’incontro con la famiglia imperiale. Rasputin entrò in contatto con persone vicine allo zar Nicola II e alla zarina Alessandra grazie alla sua reputazione di guaritore. La coppia imperiale viveva angosciata dalla malattia del figlio Alessio, il piccolo zarevič, affetto da emofilia, una patologia ereditaria che provocava emorragie gravissime e spesso incontrollabili. Rasputin, chiamato nella speranza di alleviare le sofferenze del bambino, riuscì in diverse occasioni a ottenere miglioramenti che impressionarono profondamente i sovrani.

Le spiegazioni di questi episodi sono state varie. Secondo alcuni, Rasputin avrebbe calmato il bambino con la voce e con una sorta di suggestione ipnotica, riducendo così l’agitazione e indirettamente anche i rischi legati alle crisi emorragiche. Secondo altri, il suo vero effetto benefico sarebbe stato indiretto: allontanando i medici e le loro cure, tra cui l’uso dell’aspirina, avrebbe favorito un miglioramento spontaneo del piccolo, poiché quel farmaco, all’epoca non pienamente compreso nei suoi effetti, poteva aggravare le emorragie. Qualunque fosse la ragione, per la zarina Alessandra Rasputin divenne un uomo inviato dalla Provvidenza.

Uno degli episodi più impressionanti legati alla sua fama avvenne nel 1912. Informato con un telegramma di una gravissima crisi di Alessio, Rasputin pregò intensamente dalla Siberia e inviò alla famiglia imperiale un messaggio rassicurante, assicurando che il ragazzo sarebbe sopravvissuto. Nelle ore successive, il piccolo effettivamente migliorò. L’accaduto, rimasto senza una spiegazione certa, consolidò in modo decisivo la fiducia della zarina nei suoi confronti.

Da quel momento Rasputin divenne una presenza sempre più costante nella vita privata dei Romanov. La sua influenza, soprattutto su Alessandra, crebbe al punto da suscitare scandalo e ostilità nella corte e nell’opinione pubblica. A molti appariva intollerabile che un contadino siberiano, rozzo nei modi e discusso nella condotta morale, avesse accesso così libero alla famiglia più potente dell’impero. Le voci sul suo conto si moltiplicarono: veniva accusato di corruzione, di intrighi politici, di dissolutezza sessuale e persino di avere una relazione con la zarina, accusa mai provata ma continuamente alimentata dai suoi nemici.

In realtà, Rasputin esercitava il suo potere soprattutto attraverso la fiducia personale. Si presentava come un uomo del popolo capace di parlare ai sovrani senza filtri, offrendo loro quel contatto con l’anima più profonda della Russia che entrambi credevano di aver smarrito. Intorno a lui si formò presto una rete di favori, raccomandazioni e richieste. Contadini, artigiani, supplici e persone in cerca di aiuto si rivolgevano a lui nella speranza che intercedesse presso i potenti. Il suo appartamento diventò un luogo di continuo via vai, mentre il suo nome cominciò a circolare nei ministeri, nei salotti e negli ambienti politici.

Accanto all’immagine del consigliere spirituale, si consolidò però anche quella del libertino. Rapporti di polizia, pettegolezzi, articoli scandalistici e testimonianze di varia attendibilità lo descrivono come frequentatore di locali notturni e amante di eccessi di ogni genere. È difficile distinguere con precisione quanto vi fosse di vero e quanto di costruito ad arte dai suoi avversari, ma è certo che la sua reputazione pubblica divenne sempre più compromessa. Per molti russi, Rasputin non era più soltanto un guaritore o un mistico: era il simbolo della decadenza morale e politica della monarchia.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, nel 1914, Rasputin si espresse contro l’entrata in guerra della Russia, sostenendo che il conflitto avrebbe portato immense sofferenze soprattutto ai contadini. Fu una previsione tragicamente lucida. Nello stesso anno subì un attentato nel suo villaggio siberiano, dal quale sopravvisse. Intanto la situazione dell’impero peggiorava: il fronte militare si faceva sempre più difficile, l’economia era in crisi e il malcontento popolare cresceva.

Nel 1915, con la partenza dello zar per il fronte, la zarina rimase di fatto al centro della politica interna, e l’influenza di Rasputin su di lei aumentò ancora. Proprio in questa fase il suo ruolo divenne particolarmente dannoso: consigli, pressioni, cambi improvvisi ai vertici di governo e raccomandazioni contribuirono ad aggravare la già fragile situazione dello Stato. Che Rasputin fosse davvero il regista occulto della politica russa è probabilmente un’esagerazione, ma è indubbio che la sua vicinanza alla zarina finì per indebolire ulteriormente il prestigio della monarchia.

Nel 1916, mentre l’impero era in piena crisi, maturò la decisione di eliminarlo. Un gruppo di aristocratici e politici, convinti che la sua presenza stesse distruggendo ciò che restava del regime zarista, organizzò una congiura. Tra i principali cospiratori vi furono il principe Feliks Jusupov, il granduca Dmitrij Pavlovič e il deputato conservatore Vladimir Puriškevič.

La morte di Rasputin è diventata quasi leggendaria quanto la sua vita. Secondo il racconto più famoso, fu attirato in casa di Jusupov, avvelenato durante una cena e, poiché sembrava non morire, colpito con armi da fuoco e poi finito brutalmente. Il suo corpo venne infine gettato in un corso d’acqua ghiacciato. Tuttavia, le versioni dei fatti sono state nel tempo molto romanzate e alcuni particolari, come la straordinaria resistenza al veleno, sono stati messi in dubbio dagli storici. Quel che è certo è che Rasputin fu assassinato nella notte tra il 16 e il 17 dicembre 1916 secondo il calendario giuliano allora in uso in Russia, pochi mesi prima del crollo definitivo dell’impero.

Dopo la sua morte, il suo corpo fu sepolto, ma in seguito venne dissotterrato e bruciato. Anche questo contribuì ad alimentare il mito di un uomo ritenuto da molti quasi demoniaco, impossibile da eliminare come un comune mortale. Nel frattempo, i responsabili della congiura subirono conseguenze relativamente limitate: Jusupov fu allontanato, Dmitrij Pavlovič inviato lontano dalla capitale. Ironia della sorte, proprio questo allontanamento lo aiutò in seguito a sottrarsi al destino tragico che colpì gran parte dei Romanov dopo la rivoluzione.

Rasputin rimane ancora oggi una figura ambigua e potentissima nell’immaginario storico. Per alcuni fu un ciarlatano opportunista, capace di manipolare una famiglia imperiale fragile e disperata. Per altri fu un mistico autentico, travolto dalle paure e dagli odi di un mondo in disfacimento. Più probabilmente, fu entrambe le cose: un uomo nato ai margini dell’impero che seppe trasformare il proprio carisma in potere, fino a diventare il simbolo stesso della crisi finale della Russia zarista. La sua vicenda personale, sospesa tra fede, superstizione, intrigo e tragedia, continua ancora oggi a esercitare un fascino irresistibile.

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