L'ALCHIMISTA PRESENTA

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Cagliostro, parte I

Il suo vero nome era Giuseppe Balsamo, ma il mondo lo avrebbe ricordato con un appellativo molto più carico di ombra, fascino e ambiguità: Alessandro conte di Cagliostro. Già nel nome scelto da lui stesso si avverte il disegno di un’esistenza costruita come un enigma, una scenografia mobile fatta di titoli, simboli, evocazioni, segreti e menzogne tanto ardite da finire, col tempo, per sembrare quasi verità alternative. Cagliostro non fu semplicemente un avventuriero, un truffatore o un ciarlatano di genio. Fu qualcosa di più inquietante e sfuggente: un uomo capace di trasformare la propria vita in un rito continuo di metamorfosi, come se non volesse abitare il mondo per quello che era, ma riforgiarlo ogni volta attraverso l’illusione.

Nato a Palermo nel 1743, figlio di un modesto venditore di stoffe, rimase presto senza padre e crebbe in un ambiente dove la povertà e l’instabilità si mescolavano a un carattere già insofferente a ogni disciplina. Fin da ragazzo mostra una natura ribelle, irrequieta, refrattaria a qualsiasi forma di contenimento. Passa da istituti religiosi a conventi, fugge, rientra, si sottrae, si reinventa. Eppure proprio in uno di questi luoghi destinati a correggerlo, il convento dei Fatebenefratelli di Caltagirone, entra in contatto con un sapere che gli sarebbe rimasto addosso come una seconda pelle: quello delle erbe medicinali, delle tisane, delle proprietà nascoste delle sostanze naturali. Un apprendistato apparentemente umile, ma già intriso di quella promessa ambigua che accompagnerà tutta la sua esistenza: la possibilità di agire sul corpo e sull’anima degli altri mediante formule, preparati, elisir, parole e gesti che si collocano sempre al confine tra medicina, magia e suggestione.

Tornato a Palermo, la sua vita devia presto verso l’inganno. Truffe, imbrogli, fughe, protezioni misteriose e conoscenze opache cominciano a costruire attorno a lui una nube di incertezza che diverrà la sua vera dimora. Da qui in avanti ogni passaggio della sua biografia sembra oscillare tra cronaca e leggenda. Si parla di viaggi con un oscuro maestro chiamato Altotas, figura mai del tutto chiarita, forse greco, forse spagnolo, forse pura invenzione, che Cagliostro indicherà più tardi come iniziatore ai segreti dell’Oriente e della sapienza occulta. Egitto, Rodi, Malta, cavalieri, confraternite, iniziazioni, rivelazioni. Tutto nella sua narrazione personale sembra obbedire a una logica precisa: quella di strappare la propria esistenza al fango della nascita per ricollocarla in una genealogia arcana, superiore, quasi sovrumana. Giuseppe Balsamo, il figlio di un mercante palermitano, doveva morire. Al suo posto doveva sorgere una creatura nuova, più vicina all’adepto, all’alchimista, al veggente.

A Roma, nel 1768, è già immerso in una vita fatta di piccoli reati, arresti, protezioni influenti e frequentazioni opache. Nello stesso anno sposa Lorenza Serafina Feliciani, giovane bella e analfabeta, destinata a diventare sua complice, vittima, strumento e riflesso. La loro unione ha qualcosa di fatalmente teatrale. Insieme attraversano città e paesi d’Europa come una coppia di attori maledetti, trascinandosi dietro falsi titoli nobiliari, raggiri, seduzioni, ricatti e nuove identità. Lorenza, trasformata di volta in volta in amante, esca, pedina o contessa, diventa parte essenziale del meccanismo con cui Cagliostro si muove nel mondo. Attorno a loro si accumulano pensioni non pagate, truffe, complicità, fughe improvvise, denunce e riapparizioni. Eppure, in questo nomadismo sordido e febbrile, si prepara qualcosa di più grande del semplice crimine di strada: la costruzione di un personaggio.

La Francia, la Spagna, il Portogallo, Londra. Ovunque passa, Cagliostro lascia dietro di sé la stessa impressione doppia e disturbante: quella di un uomo grossolano, semicolto, improvvisatore, e al tempo stesso dotato di una magnetica capacità di suggestionare, di entrare nelle debolezze altrui, di intuire il punto esatto in cui desiderio, credulità e paura si toccano. È qui che il suo talento vero si manifesta. Non nelle formule, non nelle polveri, non nelle pergamene disegnate o nei gioielli “potenziati” da sostanze miracolose. Il suo dono è un altro, più oscuro e sottile: sa creare attorno a sé un’atmosfera. Sa far percepire agli altri che dietro il suo sguardo e la sua voce esista davvero un retrobottega dell’invisibile. E una volta insinuato questo sospetto, metà del sortilegio è già compiuto.

Londra segna una svolta decisiva. Pur continuando a trafficare in espedienti e raggiri, nel 1777 decide di entrare, insieme alla moglie, nella Massoneria. Questo passaggio non è soltanto mondano o opportunistico. È il momento in cui l’avventuriero comprende di poter trasfigurare il proprio repertorio di trucchi in una liturgia più alta, più seducente, più pericolosa. Il mondo massonico, con i suoi simboli, i suoi gradi, i suoi silenzi e le sue promesse di elevazione, gli offre il teatro ideale. Da lì in avanti Cagliostro non sarà più soltanto un truffatore in fuga. Diventerà un officiante dell’enigma, un profeta ambulante dell’occulto, un distributore di visioni e iniziazioni.

Quando approda in Olanda e poi nei territori del Nord e dell’Est europeo, il personaggio è ormai compiuto. Si presenta come colonnello spagnolo, come sapiente, come uomo in contatto con società segrete organizzate per livelli di perfezionamento spirituale. Promette visioni attraverso l’idromanzia, evoca spiriti, dispensa parole solenni in un linguaggio impastato di idiomi europei pronunciati in modo improbabile, mescola erbe, pietre, formule, simboli, promesse erotiche e rivelazioni angeliche. Dice di essere figlio di un angelo. Assicura di poter esaudire desideri segreti. Si accredita come padrone di un sapere disperso tra parole, erbe e pietre, come se il cosmo intero fosse per lui un immenso laboratorio magico. Ed è proprio qui che la sua figura diventa davvero perturbante. Non importa più stabilire dove finisca l’impostura e dove cominci l’autosuggestione. Perché Cagliostro, a un certo punto, sembra lui stesso abitare quella zona di confine. Non è chiaro se finga sempre, o se in certi istanti finisca per credersi davvero ciò che recita.

La sua forza, infatti, non sta tanto nel contenuto delle sue rivelazioni, spesso grossolane, contraddittorie, persino ridicole, quanto nella capacità di farle vibrare come provenienti da una sorgente proibita. Egli comprende prima di molti altri che il Settecento, epoca di ragione e salotti, è anche attraversato da una fame di mistero, di occulto, di accesso privilegiato all’oltre. E lui si offre come intermediario. Non un sacerdote, non uno scienziato, non un nobile autentico, ma una creatura anfibia che sa parlare a tutti e a nessuno, un impostore che si nutre delle crepe del secolo.

La sua parabola si concluderà in modo quasi inevitabile. L’uomo che aveva voluto costruirsi come mito, taumaturgo, iniziato e conte finirà per scontrarsi con il potere più ostile alle sue ambiguità: la Chiesa. Accusato di eresia, verrà condannato al carcere a vita e rinchiuso nella fortezza di San Leo, una rocca che sembra uscita da un incubo di pietra, sospesa come una prigione fuori dal tempo. Lì, dietro mura che odorano di umidità, silenzio e punizione, si spegne nel 1795 colui che aveva attraversato l’Europa come un’ombra vestita di broccati, polveri e formule segrete.

Eppure, anche imprigionato, Cagliostro non smette davvero di vivere nel mito. Perché figure come la sua non appartengono soltanto ai documenti. Si radicano nell’immaginario. Restano sospese tra il vero e il fabuloso, tra la truffa e l’incantesimo, tra il ciarlatano e l’iniziato. Giuseppe Balsamo fu certamente un impostore geniale, ma ridurlo a questo sarebbe troppo semplice. In lui si avverte qualcosa di più ambiguo e più tenace: la volontà feroce di sfuggire alla propria origine, di rifarsi col nome, con il gesto, con il simbolo, di diventare egli stesso opera alchemica. E forse il motivo per cui ancora oggi affascina tanto sta proprio qui: Cagliostro non si limitò a mentire agli altri. Tentò di evocare, davanti al mondo intero, una versione più potente e tenebrosa di se stesso. E in parte, bisogna ammetterlo, ci riuscì.

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