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Santuario-Basilica Madonna di S. Luca: Le 666 arcate del portico

A Bologna esiste un luogo in cui la devozione sembra camminare mano nella mano con il simbolo, e in cui il sacro, invece di dissipare il mistero, sembra anzi renderlo ancora più fitto. È il Santuario della Madonna di San Luca, adagiato sul colle della Guardia come una presenza antica e vigile, sospesa sopra la città. Ma ridurlo a semplice meta religiosa sarebbe quasi un errore. Perché attorno a questo santuario, alla sua immagine miracolosa e soprattutto al suo interminabile portico, si addensano da secoli domande, allusioni e coincidenze che sembrano appartenere a un linguaggio più profondo di quello della sola pietà.

La tradizione racconta che nel 1160 da Bisanzio giunse a Bologna una tavola dipinta raffigurante la Madonna col Bambino. Non un’immagine qualsiasi, ma un’icona avvolta fin dall’inizio da un’aura eccezionale. Si narra infatti che a dipingerla sia stato addirittura l’evangelista San Luca. Basta questo dettaglio per comprendere come il dipinto non sia stato percepito come una semplice opera d’arte, ma come una reliquia visiva, una traccia diretta di una mano apostolica, quasi una soglia materiale tra il tempo evangelico e il presente. Un’immagine simile non arriva mai davvero in un luogo: vi discende.

La tavola venne collocata in un eremo costruito sul colle della Guardia, e attorno a quella presenza si sviluppò nel tempo un centro sempre più importante di culto e di fascinazione. Prima una chiesa, poi restauri, ampliamenti, trasformazioni, fino a giungere nel Settecento all’attuale santuario, con la sua forma ellittica, così solenne e al tempo stesso così particolare da sembrare quasi concepita per amplificare l’idea del movimento, dell’abbraccio, del vortice spirituale. Nulla, in questo luogo, sembra statico. Tutto richiama un percorso, un’ascesa, una tensione.

Ed è proprio il percorso a rendere San Luca uno dei luoghi più enigmatici d’Italia. Il santuario, infatti, è collegato alla città da un portico lunghissimo, circa tre chilometri e mezzo, costruito nell’arco di oltre un secolo, tra il 1674 e il 1793. Fin qui si potrebbe parlare di un’opera monumentale di fede e architettura. Ma c’è un dettaglio che da solo basta a cambiare completamente il tono del racconto: quel portico è formato da 666 arcate.

Ed è qui che il mistero si fa più denso.

Trovare il numero 666 in un contesto sacro produce inevitabilmente un brivido. È una cifra che, nell’immaginario occidentale, non è mai neutra. Numero dell’Apocalisse, sigillo del male, simbolo della Bestia, il 666 porta con sé secoli di paure, interpretazioni, ammonimenti e letture esoteriche. Vederlo associato a un santuario mariano sembra quasi una contraddizione deliberata, una provocazione nascosta nella pietra. Eppure proprio questa apparente stonatura ha alimentato per secoli letture più sottili e affascinanti. Secondo alcuni, il portico non sarebbe una concessione all’ombra, ma al contrario la sua sottomissione. Il lungo serpente di arcate che sale verso il colle rappresenterebbe infatti il male che si contorce sotto il peso della Madonna, la forza oscura schiacciata e dominata dalla presenza mariana posta al vertice del percorso. In questa chiave, il numero non sarebbe un’intrusione blasfema, ma un simbolo vinto, assorbito, piegato.

Così il cammino verso San Luca smette di essere un semplice tragitto devozionale e diventa quasi un rito di attraversamento. Si sale lungo il corpo simbolico del male per raggiungere la luce. Si percorre una linea che sembra custodire insieme tentazione e redenzione, ombra e protezione. E il fatto che lungo questo tragitto sorgano quindici cappelle dedicate ai Misteri del Rosario non fa che rafforzare l’impressione di trovarsi dentro un itinerario spirituale codificato, scandito, quasi iniziatico. Una processione di segni, immagini e soste che guida il pellegrino non soltanto nello spazio, ma in una geografia interiore.

Una di queste cappelle è ornata da sculture, mentre le altre sono decorate con pitture, quasi a creare un alternarsi di materia e visione, di corpo e immagine. E lungo il percorso, all’arcata 170, compare una grande statua della Madonna col Bambino che il popolo ha battezzato con un nome tanto curioso quanto rivelatore: la “Madonna Grassa”. Anche qui il soprannome popolare introduce una sfumatura particolare, quasi terrena, corporea, in un contesto dove tutto sembra altrimenti teso verso il simbolo puro. Come se il sacro bolognese, anche nel suo massimo mistero, non rinunciasse mai del tutto a una concretezza quasi familiare, domestica, e proprio per questo ancora più viva.

Resta però il cuore enigmatico della vicenda: quell’immagine attribuita a San Luca e quel portico di 666 arcate. Da una parte una Madonna che discenderebbe direttamente dalla memoria evangelica, dall’altra una struttura che reca impresso il numero più temuto della tradizione cristiana. Due poli opposti che a Bologna sembrano non escludersi, ma convivere, come se il santuario fosse costruito proprio sulla tensione tra il pericolo e la salvezza. Ed è forse questo a renderlo così magnetico. San Luca non appare solo come un luogo di culto. Appare come un punto di equilibrio tra forze diverse, un’altura in cui il mistero mariano si misura con l’ombra e la domina senza mai cancellarla del tutto.

Perché certi luoghi santi non brillano soltanto di luce. Trattengono anche il ricordo dell’oscurità che hanno dovuto vincere. E il Santuario della Madonna di San Luca, con la sua icona venuta da lontano e il suo portico segnato da un numero proibito, sembra appartenere esattamente a questa categoria di luoghi: quelli in cui la fede non elimina il mistero, ma lo trasfigura.

Gianni Leone, fondatore
Gianni Leone, fondatore
Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.

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