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Vampiri, il ritorno dei morti e il sangue che non smette di chiamare

La paura che i morti possano tornare tra i vivi è una delle più antiche che abitino il cuore umano. Non nasce con i castelli gotici, né con i romanzi dell’Ottocento, né con il cinema. È una paura che affonda nel buio delle prime sepolture, quando l’uomo, appena imparato a distinguere il sonno dalla morte, cominciò subito a temere che quel confine non fosse poi così stabile. Per questo, già nel Neolitico, i cadaveri venivano spesso bruciati, rinchiusi in urne, o sepolti legati, compressi, sigillati sotto lastre enormi, come se non bastasse accompagnarli oltre, ma fosse necessario anche impedirne il ritorno.

Ovunque, nelle culture più lontane tra loro, riemerge la stessa angoscia. Tra alcune popolazioni incontrate dagli antropologi in tempi relativamente recenti, il timore del defunto era ancora vivo e concreto. Nella Columbia Britannica, presso gli Shuswap, vedove e vedovi si tenevano a lungo lontani dalla comunità e dormivano su giacigli di spine, quasi a voler respingere eventuali visite del coniuge morto. Altri popoli, come Persiani, Parti, Medi e Iberni, affidavano i corpi alle belve, convinti che la distruzione fisica del cadavere rendesse impossibile il suo ritorno. Presso alcune popolazioni nomadi della Russia, i Ciucasci inchiodavano addirittura i morti dentro le bare, trapassandoli con ferri acuminati attraverso la testa e il cuore. Eppure, nonostante tutto, il sospetto restava. Perché il morto, nelle credenze più antiche, non è mai del tutto inerme. Può desiderare ancora, ricordare ancora, reclamare ancora.

Tra le storie più suggestive di questo ritorno c’è quella della Fidanzata di Corinto, resa immortale da Goethe. Filinnio, morta senza aver potuto unirsi al promesso sposo, si solleva dalla tomba per ottenere ciò che le è stato negato in vita. Il suo ritorno non è soltanto amoroso. È un ritorno carnale, notturno, famelico. La morte non ha spento il desiderio, lo ha corrotto. E così eros, sangue e oltretomba si intrecciano in una sola immagine. È uno schema antichissimo, che ricompare ovunque. Nelle tradizioni babilonesi, per esempio, esisteva Lamashtu, demone femminile che seduceva gli uomini per bere il loro sangue e colpiva le donne gravide strappando il frutto del loro ventre. In lei si concentrano già i grandi nuclei del vampirismo: la notte, il sangue, il desiderio, la predazione, la femminilità demoniaca.

Il termine vampiro, nella forma più nota, ha radici slave, ma il suo significato sembra essere nato dall’incontro di più mondi, tra la parola lituana legata al bere e una turca che richiama l’essere diabolico. Nella tradizione rabbinica, invece, la stirpe dei vampiri viene fatta risalire all’unione di Adamo con Lilith, figura ribelle e notturna, matrice di tutte le seduzioni proibite. Il vampiro è dunque un morto che non accetta la morte, un corpo che continua a esistere per concessione infernale, nutrendosi del sangue dei vivi. Non è un semplice spettro. È una presenza materiale, infestante, ostinata.

Nelle tradizioni slave si credeva che fossero particolarmente predisposti a diventare vampiri coloro che morivano di morte violenta o le giovani vergini strappate troppo presto alla vita. In fondo il ragionamento è semplice e terribile: chi non ha potuto consumare il proprio tempo sulla terra, chi ha visto spezzarsi la propria gioia prima del compimento, resta affamato. E torna. Cambiano i nomi, ma non la sostanza. In Polonia è l’Upir, nella Piccola Russia il Mjertovjek, tra i Serbi e i Montenegrini il Vurdalak, spesso immaginato come l’esito postumo di un’esistenza immorale. Ovunque, però, il ritratto resta simile: volto scarno e pallido, occhi slavati, labbra tumefatte, denti aguzzi, unghie lunghissime, orecchie appuntite, alito corrotto. Il suo morso non desta la vittima, perché è un morso anestetico, quasi dolce nella sua prima fase, e proprio per questo ancora più insidioso. Mentre si nutre emette un suono particolare, una sorta di suzione che antichi autori chiamarono con termini specifici, come se perfino il rumore del vampiro meritasse una classificazione.

Il suo morso è contagioso. Chi muore dissanguato può tornare a sua volta come lui. Ed è qui che il mito tocca una paura più profonda della semplice aggressione: non solo la morte, ma la contaminazione. Il vampiro è terrificante perché spezza il confine ultimo e perché trasforma la vittima nel proprio riflesso. Eppure, allo stesso tempo, affascina. Perché compie il sogno nero che ossessiona l’uomo da sempre: imbrogliare la morte, continuare a esistere, strappare al tempo una forma di sopravvivenza. Non è un caso se, tra tutte le creature della notte, il vampiro è quella che più seduce. Incute orrore, ma è un orrore che porta con sé la promessa maledetta dell’eternità.

Tra le figure più celebri e sanguinose legate a questa ombra vi è Elizabeth Bathory, la Contessa Sanguinaria. La sua vicenda ha alimentato per secoli racconti, processi, dicerie e parallelismi con la stirpe di Dracula. Nata nel 1560 in una delle famiglie più potenti della Transilvania, sposò giovanissima Ferencz Nadasdy e andò a vivere nel castello di Csejthe. Il marito, spesso lontano, la lasciò sola in un mondo di privilegi, isolamento e oscuri apprendistati. Attorno a lei si mossero servi, balie, fattucchiere e consiglieri sinistri. Poi arrivò l’ossessione per la bellezza perduta. E da questa ossessione sarebbe nata la leggenda più spaventosa: quella dei bagni di sangue.

Secondo il racconto più noto, Elizabeth avrebbe scoperto per caso il presunto potere rigenerante del sangue giovane quando una serva, colpita da lei con violenza, lasciò cadere alcune gocce sulla sua mano. Da lì il delirio si sarebbe trasformato in metodo. Ragazze attirate al castello, torturate, dissanguate, usate come fonti di giovinezza per la padrona. Per anni il castello avrebbe inghiottito vittime nel silenzio, finché una fuggitiva non avvertì le autorità. Quando il castello venne finalmente assalito, furono trovati corpi, prigioni sotterranee, strumenti di tortura, resti di decine di giovani donne. I complici furono giustiziati, la contessa murata viva nella sua stanza con solo un’apertura per il cibo. Lì morì nel 1614. Intorno a lei la leggenda non fece che crescere, soprattutto per i legami simbolici con i Dracula: il drago negli stemmi, antiche alleanze, terre condivise, sangue nobile e nero immaginario.

Ma il fascino del vampiro non si è nutrito solo di castelli, processi e folklore. Col tempo l’uomo moderno ha provato a dare una spiegazione razionale a ciò che prima attribuiva al soprannaturale. Alcune malattie, infatti, presentano caratteristiche che, in epoche di ignoranza medica, potevano davvero sembrare il segno di una natura vampirica.

L’anemia, ad esempio, è una condizione legata alla mancanza di sangue o alla riduzione dei globuli rossi. Chi ne soffre appare pallido, debole, privo di forze, con affaticamento, respiro corto, problemi digestivi. In tempi lontani, una persona così poteva facilmente essere considerata toccata da un male innominabile, quasi prosciugata da una fame di sangue invisibile. La catalessi, ancora più inquietante, produce uno stato in cui il corpo si irrigidisce, la sensibilità si riduce, il movimento volontario scompare e le funzioni vitali rallentano fino a simulare la morte. È facile intuire come, in epoche in cui si seppelliva troppo in fretta, molti catalettici possano essere stati creduti morti e poi temuti, nel caso fossero tornati o fossero stati ritrovati in condizioni strane dentro la bara.

Ma la malattia che più di ogni altra ha alimentato ipotesi sul vampirismo è la porfiria. Rara, ereditaria, legata a un difetto nella produzione di una componente essenziale del sangue, può produrre sensibilità estrema alla luce, lesioni cutanee che non guariscono, crescita anomala dei peli, retrazione delle gengive e dei tessuti intorno alle labbra, conferendo al volto un aspetto spettrale, quasi dentato. Chi ne soffriva tendeva a evitare il sole, uscendo soprattutto di notte. E l’aglio, spesso ritenuto un rimedio contro i vampiri, in questi malati poteva peggiorare i sintomi. È quasi inevitabile pensare che, in secoli di superstizione, una figura del genere potesse essere letta come quella di un non-morto.

Eppure, per quanto la medicina abbia illuminato certe zone del mito, non è mai riuscita a dissolverlo del tutto. Perché il vampiro non è solo una creatura da spiegare. È una figura che appartiene all’inconscio profondo dell’uomo. Incorpora il terrore della tomba che non trattiene, del desiderio che sopravvive al corpo, della fame che continua oltre la morte. Ma incarna anche, in modo oscuro e irresistibile, la speranza proibita di non finire davvero.

Forse è proprio per questo che il vampiro non muore mai. Cambiano i nomi, i secoli, le spiegazioni, i luoghi. Ma lui continua a tornare, come i morti che rappresenta. Perché finché l’uomo temerà la notte e insieme sognerà di sfuggire alla propria fine, ci sarà sempre, da qualche parte, una creatura pallida pronta a sollevarsi dal sepolcro e a bussare di nuovo alla porta del mondo dei vivi.

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