Ci sono film che scendono negli abissi.
Poi c’è Plankton, che negli abissi ci si trasferisce con la residenza, il mutuo e il certificato di affondamento.
Diretto dal mitologico Al Passeri – uno che, evidentemente, si è svegliato una mattina e ha deciso che fare cinema è un diritto di tutti – Plankton è uno di quei film che ti fanno chiedere a metà visione: “Dove ho sbagliato nella vita?”. Eppure, inspiegabilmente, non riesci a staccarti dallo schermo. Ti ipnotizza con la stessa forza con cui le meduse attirano i turisti sprovveduti.
La storia?
Un gruppo di ragazzi resta alla deriva e finisce su una nave che ha lo stesso fascino di un hotel a una stella abbandonato negli anni ’70. Lì scoprono che l’equipaggio si è trasformato in… beh, qualcosa. E che il colpevole è un plankton mutante (perché certo, se devi scegliere un mostro marino, perché non prendere l’essere più insignificante dell’oceano e dargli superpoteri?).
Gli effetti speciali sembrano usciti da un laboratorio scolastico in cui la colla vinilica era finita da giorni, le mutazioni dei personaggi sono talmente grottesche da sembrare sketch involontari del Bagaglino, e il mostro finale… be’, quello merita un applauso: pochi corpi di gomma riescono a risultare così indimenticabili.
La recitazione è un’esperienza spirituale:
nessuno dei protagonisti sembra veramente convinto di essere in un film, né tantomeno di voler recitare. Ma proprio per questo Plankton funziona. È così maldestro, così fuori controllo, così esagerato nella sua totale inconsapevolezza da diventare un piccolo monumento al cinema trash italiano.
Certo, ogni tanto ti chiedi se non sia tutto una gigantesca candid camera.
Ma poi arriva un’altra creatura in lattice, un’altra scena girata al buio per nascondere l’assenza di budget, un’altra battuta recitata con l’emozione di un navigatore satellitare, e capisci che sì, Plankton è reale. Ed è bellissimo proprio perché non dovrebbe esistere.
In conclusione:
Plankton è l’equivalente cinematografico di una patatina scoperta sotto il divano: sai che non dovresti raccoglierla… ma lo fai comunque.
Un piccolo cult del brutto.
E un grande esempio di come, a volte, il fondo del mare non sia poi così profondo.
