Otto persone sono state portate in Questura al termine degli scontri avvenuti davanti alla stazione Centrale di Milano, al termine del corteo pro Gaza. Le accuse, coordinate dal pm di turno Elio Ramondini della Procura diretta da Marcello Viola, sono di resistenza e danneggiamento aggravato. Due minorenni risultano indagati dalla Procura per i minori.

Secondo la ricostruzione della Digos, un gruppo di manifestanti ha dato vita a momenti di forte tensione, con transenne, bastoni e persino idranti usati contro le forze dell’ordine per colpire la vetrata dell’ingresso principale. Scene condannabili, che hanno provocato feriti tra manifestanti e poliziotti e seminato panico tra i viaggiatori in stazione.

Ma il dato non può oscurare la realtà: a Milano erano presenti decine di migliaia di persone, studenti, associazioni, centri sociali e cittadini comuni, che sotto la pioggia avevano marciato pacificamente da Cadorna fino al cuore della città. Così come in tante altre città italiane, lo sciopero generale indetto dai sindacati di base ha dato voce a chi chiede la fine dei bombardamenti su Gaza e la pace per il popolo palestinese.

Eppure la premier Giorgia Meloni ha scelto ancora una volta la scorciatoia propagandistica. Davanti alle telecamere, ha definito le immagini di Milano “indegne” e “lontane dalla solidarietà con Gaza”, trasformando la condanna – doverosa – degli episodi di violenza di pochi in un attacco indiscriminato a tutto il movimento pacifista. Nessun accenno, invece, alle manifestazioni pacifiche che hanno attraversato il Paese con decine di migliaia di partecipanti.

Il messaggio è chiaro: continuare a criminalizzare chi manifesta per la pace, dipingendo l’intero movimento come una minaccia all’ordine pubblico. Un’operazione di delegittimazione che si inserisce nella linea politica del governo Meloni, sempre più complice dei giochi di potere e degli interessi economici che ruotano intorno al genocidio in corso contro il popolo palestinese.

La violenza di pochi va condannata, ma ancora più grave è la violenza verbale di un governo che sceglie di schierarsi contro chi chiede pace e giustizia, invece di ascoltarne le ragioni.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.