Il fascismo non è morto. È un errore pensare che sia rimasto sepolto nel 1945 sotto le macerie della Seconda guerra mondiale, confinato alle pagine dei manuali di storia o alle commemorazioni ufficiali. Il fascismo è un virus che muta, si adatta, cambia linguaggio e strumenti, ma mantiene intatta la sua sostanza: la fede cieca nel capo, l’ossessione per la purezza della comunità, il disprezzo per la democrazia, l’uso della violenza come strumento politico. Oggi non si presenta più con le camicie nere e le adunate oceaniche, ma con nuovi simboli, slogan semplificati, parole d’ordine populiste, algoritmi che diffondono odio. È meno appariscente, ma forse ancora più insidioso.

Alla radice del fascismo vi è sempre stata un’idea tossica: la supremazia. Quella del popolo sulla minoranza, della nazione sull’altro, della razza bianca sulle altre etnie. La supremazia bianca è la matrice che continua a tenere in vita l’ideologia fascista. Non è un caso che negli Stati Uniti il cuore del trumpismo si sia saldato con movimenti suprematisti che invocano una “America bianca e cristiana” contro migranti, neri e musulmani. Lo abbiamo visto drammaticamente il 6 gennaio 2021, quando un’ondata di fanatici ha preso d’assalto Capitol Hill, spinti dall’illusione di difendere la loro identità contro un sistema che li stava tradendo. Lo stesso avviene in Europa, dove marce di migliaia di militanti in Polonia o Ungheria riportano in strada parole d’ordine razziste e xenofobe, mentre governi democraticamente eletti, come quelli di Viktor Orbán a Budapest o del partito Diritto e Giustizia a Varsavia, smantellano la separazione dei poteri, riducono al silenzio le minoranze e riscrivono la storia nazionale in chiave mitologica e identitaria.

E l’Italia? Qui il fascismo sopravvive come sottofondo culturale. Non serve cercarlo nei saluti romani alle commemorazioni di Mussolini a Predappio, o nelle aggressioni di gruppi come CasaPound e Forza Nuova. Il fascismo si annida soprattutto nel linguaggio politico, nella legittimazione dell’odio, nella normalizzazione di concetti che un tempo sarebbero stati intollerabili. Matteo Salvini ha costruito anni di consenso sulla paura dei migranti, presentati come minaccia esistenziale alla nazione. Giorgia Meloni, oggi presidente del Consiglio, pur dichiarandosi lontana dal fascismo storico, non ha mai reciso il legame simbolico con l’eredità del Movimento Sociale Italiano: la fiamma tricolore nel logo di Fratelli d’Italia non è un dettaglio grafico, è un segnale di continuità.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi al perimetro nazionale. Il fascismo contemporaneo è globale e sfrutta le contraddizioni della nostra epoca. La globalizzazione neoliberista ha dissolto le vecchie classi sociali, lasciando dietro di sé un popolo frammentato, impoverito, disorientato. Non esiste più il proletariato organizzato dei decenni scorsi, ma una moltitudine di individui precari, impoveriti, spaventati dalla marginalità. È qui che il populismo attecchisce: trasformando rabbia e frustrazione in rancore, indicando un nemico – il migrante, la minoranza, l’élite, l’Europa – e proponendo soluzioni semplici a problemi complessi. È il terreno perfetto per una nuova forma di fascismo antropologico, che non si struttura in un partito come nel Novecento, ma penetra nel linguaggio, nei comportamenti, nelle reti sociali.

A questo scenario si somma un rischio ancora più profondo: quello di un totalitarismo tecnologico e capitalistico. L’alleanza tra economia e tecnologia, che segna la rivoluzione del XXI secolo, non si limita a cambiare il lavoro o i consumi, ma ridisegna la stessa morfologia della società. Gli algoritmi plasmano opinioni, orientano comportamenti, decidono l’accesso a servizi essenziali. Lo smart working, presentato come conquista, si trasforma spesso in isolamento e precarietà. La “green economy”, bandiera di progresso, si accompagna a nuove concentrazioni di potere e a nuove forme di sfruttamento. Non è difficile immaginare che da questa miscela nasca un totalitarismo senza manganelli, ma capace di uniformare le coscienze e svuotare la democrazia dall’interno.

Il fascismo non si manifesta più soltanto nei cortei nostalgici, ma nelle forme subdole di adesione inconsapevole a un ordine autoritario che si ammanta di modernità. È la fede cieca nel leader che “risolve i problemi”. È la riduzione della politica a spettacolo. È l’accettazione passiva di disuguaglianza e discriminazione come fatti naturali. È la trasformazione della democrazia in un guscio formale, privo di sostanza.

Non si può ignorare, in questo quadro, il conflitto israelo-palestinese. Non per sovrapporlo semplicisticamente alle categorie del fascismo storico, ma perché esso mostra in modo drammatico quanto le logiche di supremazia e di disumanizzazione dell’altro siano ancora vive. La narrazione che riduce i palestinesi a “nemici assoluti”, privi di diritti e di legittimità, si muove sulla stessa logica che ha sempre alimentato i fascismi: negare l’umanità dell’altro per giustificare ogni abuso. Al tempo stesso, la violenza cieca di Hamas, che colpisce civili in nome di un progetto totalitario e religioso, è un’altra faccia della stessa medaglia: l’uso della forza come unico linguaggio politico, la cancellazione del dissenso, il culto della morte. In entrambi i casi, ciò che scompare è lo spazio della convivenza, della democrazia, del rispetto reciproco. Non è un caso che i movimenti neofascisti europei si schierino spesso con Israele non per difendere la pace, ma perché lo leggono come baluardo dell’Occidente bianco contro il nemico arabo e musulmano: un’altra declinazione della supremazia bianca, adattata al Medio Oriente.

Il rischio, oggi, è che tutti questi fenomeni – il populismo autoritario, il suprematismo bianco, l’erosione democratica in Europa, il conflitto in Medio Oriente, il capitalismo tecnologico globale – convergano in un unico scenario: quello di un mondo in cui la democrazia diventa vuota parola e la libertà un lusso. I segnali sono già davanti ai nostri occhi: l’avanzata dei partiti di estrema destra in Francia, Germania, Italia; le leggi liberticide in Ungheria e Polonia; le campagne d’odio online che normalizzano razzismo e misoginia; la rimozione della memoria storica in nome di un presente eterno e senza alternative.

Per questo, l’antifascismo non può ridursi a memoria rituale o celebrazione retorica. Cantare “Bella ciao” resta importante, ma non basta. Occorre un antifascismo vivo, critico, capace di leggere le trasformazioni del presente e di contrastare non solo i gruppi dichiaratamente neofascisti, ma anche i processi che ne alimentano l’ascesa: precarietà, disuguaglianze, odio sociale, sorveglianza tecnologica. Occorre smascherare le narrazioni che trasformano l’altro in nemico, difendere i diritti delle minoranze, preservare il pluralismo.

Il fascismo non è morto perché è un’ombra che si rigenera ogni volta che la democrazia si indebolisce, ogni volta che la società rinuncia a difendere la libertà e la dignità umana. Per questo, ricordare e agire è un dovere: solo così il fascismo potrà restare confinato al passato, senza diventare di nuovo il nostro presente.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.