Essere donna nell’ebraismo ortodosso è come vivere dentro un tempo che scorre a due velocità: quello antico dei testi e delle regole, e quello moderno delle domande che non smettono di farsi strada. È un mondo costruito su un equilibrio sottile, dove tutto è regolato – il corpo, il silenzio, la preghiera, persino lo sguardo.
Non si tratta solo di fede: è identità, tradizione, un modo di essere al mondo che passa attraverso gesti quotidiani, attraverso il rispetto di confini che, per molti, sono sacri.

In questa visione, uomini e donne non sono uguali, ma complementari. L’uomo serve Dio nello studio e nella parola pubblica; la donna, nella vita domestica, nella cura, nella trasmissione silenziosa della fede. È lei che custodisce la casa, che veglia sulla purezza rituale della famiglia, che mantiene acceso il sabato con la luce delle candele. Questa differenza di ruoli è vissuta da alcuni come armonia, da altri come gerarchia, ma resta uno dei cardini dell’ebraismo più tradizionale.

Nelle sinagoghe ortodosse, uomini e donne non siedono insieme. C’è una barriera, la mechitzah, a separare gli spazi. Le voci femminili non guidano la preghiera, non leggono la Torah, non vengono contate nel minyan, il quorum che rende valida la liturgia pubblica. Il rito resta nelle mani degli uomini, eppure le donne pregano ugualmente, in silenzio, dal loro lato, e a volte sembra che proprio in quel silenzio ci sia una forma di forza antica, un dialogo intimo con Dio che non ha bisogno di testimoni.

Il matrimonio, nell’ebraismo ortodosso, è un vincolo sacro, ma anche profondamente regolato. Il marito “acquista” la moglie con l’anello e con la formula del kidushin, e solo lui può concedere il gett, l’atto di divorzio religioso. Se si rifiuta di farlo, la moglie resta intrappolata nel matrimonio, una agunah, una donna “incatenata”, che non può risposarsi né costruire una nuova vita. È una ferita antica della legge religiosa, ancora oggi al centro di battaglie e dibattiti.
Anche la sessualità è regolata con precisione: durante il periodo mestruale, la donna è considerata niddah, “impura” dal punto di vista rituale. Non può avere contatti fisici con il marito fino all’immersione nel mikveh, il bagno purificatore. È una regola che disciplina il corpo ma, per molte, anche la vita interiore, perché mette il corpo stesso al centro del rapporto con il divino.

L’abbigliamento racconta un’altra forma di devozione. La modestia, la tzniut, è un valore che attraversa tutto: gonne lunghe, maniche che coprono le braccia, scollature chiuse, capelli coperti dopo il matrimonio con foulard, cappello o parrucca. Per alcune donne, è un modo per onorare la propria identità spirituale; per altre, è un confine imposto, una rinuncia alla libertà di essere viste. In ogni caso, il corpo femminile, in questo mondo, non appartiene solo a chi lo abita: è parte di un linguaggio religioso che parla di pudore, di rispetto e, a volte, di controllo.

Nelle comunità ultraortodosse più chiuse, le donne non hanno ruoli pubblici e spesso non compaiono in fotografie o giornali religiosi. Ma nella vita reale, sono loro a tenere in piedi tutto: lavorano, crescono i figli, sostengono economicamente i mariti che studiano la Torah per anni. Nelle correnti più moderne, invece, le donne hanno iniziato a conquistare spazi nuovi. Studiano i testi sacri, insegnano, consigliano altre donne su questioni di legge religiosa. Alcune diventano yoatzot halakha, esperte di diritto familiare, e in certi contesti si è perfino arrivati a riconoscere figure femminili equivalenti a guide spirituali, anche se non ufficialmente rabbine.

Negli ultimi anni, qualcosa sta cambiando. Sempre più donne ortodosse si chiedono dove finisca la tradizione e dove cominci la disuguaglianza. Alcune trovano senso e bellezza in quella distinzione antica dei ruoli; altre sentono il bisogno di ridefinirla. Sono nati movimenti, gruppi di studio, preghiere al femminile. È un cambiamento lento, quasi invisibile, ma reale: una rivoluzione fatta di pazienza e fedeltà, non di rottura.

Essere donna nell’ebraismo ortodosso significa camminare su un filo teso tra obbedienza e libertà, tra il desiderio di appartenere e quello di scegliere. È una vita fatta di silenzi che, a volte, sono più eloquenti di mille parole, e di gesti che tengono insieme secoli di fede e la sete di un mondo più giusto. Forse è proprio lì, in quel punto di tensione, che nasce la spiritualità più autentica: nel tentativo, umanissimo, di conciliare Dio con se stessi.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.