Il mondo ha sempre avuto paura delle streghe. È una paura antica, radicata nel sospetto verso chi conosce troppo, chi guarisce senza chiedere permesso, chi sa leggere nei corpi e nella natura più di quanto i potenti ritengano opportuno. Le prime streghe non lanciavano maledizioni, ma curavano. Erano le levatrici, le guaritrici, le donne che aiutavano a nascere e a non morire, che conoscevano le erbe, le stagioni, la luna e il corpo umano.

Eppure furono loro le prime a finire sul rogo. Bastava poco: un parto andato male, una guarigione che non arrivava, una parola di troppo detta in una casa sbagliata. I tribunali ecclesiastici le chiamavano streghe, ma in realtà punivano la loro libertà e la loro sapienza. Erano donne che conoscevano la vita e, proprio per questo, facevano paura a chi controllava la morte.

Oggi non bruciamo più le donne nei roghi, semplicemente le screditiamo, le insultiamo, le chiamiamo “streghe” quando osano dire qualcosa che disturba l’ordine stabilito. È successo anche a Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU, colpevole di aver denunciato violazioni dei diritti umani in Palestina. Israele l’ha definita una strega, e l’Italia, con la solita prontezza da servo fedele, si è affrettata a prenderne le distanze, come a dire “noi non c’entriamo, ci dissociamo, tranquilli, non siamo mica con lei”.

La storia è vecchia, ma ogni volta fa un certo effetto. Perché quando una donna parla con lucidità, con empatia, con coraggio, la reazione è sempre la stessa: attaccarla, ridicolizzarla, isolarla. “Strega” è solo la versione aggiornata di “esagerata”, “isterica”, “non obiettiva”. E funziona sempre, perché colpisce non solo la persona, ma anche l’idea che rappresenta.

Francesca Albanese non ha lanciato incantesimi, non ha evocato spiriti maligni, non ha steso formule magiche sul tavolo dell’ONU. Ha semplicemente detto che ci sono responsabilità precise, che esistono crimini, che il dolore di un popolo non può essere giustificato dall’impunità di un altro. Parole normali, in un mondo normale. Ma il nostro, evidentemente, non lo è.

E l’Italia, anziché difendere una propria connazionale che ha il coraggio di dire ciò che molti pensano e pochi osano pronunciare, preferisce chinare il capo, fare la parte del bravo alleato, applaudire chi usa la parola “strega” come insulto. Un Paese che si riempie la bocca di libertà e civiltà, ma trema quando qualcuno dice la verità ad alta voce.

Io credo che le streghe, quelle vere, quelle simboliche, quelle come Francesca Albanese, siano l’unica speranza che ci resta. Perché sono quelle che non si piegano, che non accettano il linguaggio del potere, che rispondono con l’intelligenza quando vengono attaccate con l’arroganza.

Le streghe salveranno il mondo… e se essere strega significa dire le cose come stanno, allora voglio le streghe e con molta umiltà tenterò di essere stregone anche io.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.