Osama Al-Masri, oggi arrestato in Libia con accuse pesantissime di tortura e omicidio, è lo stesso uomo che pochi mesi fa l’Italia ha rimandato a casa, restituendolo alle stesse mani che per anni hanno rappresentato il terrore nelle carceri libiche. Un uomo ricercato dalla Corte penale internazionale, accusato di crimini contro l’umanità, è passato per il nostro Paese, fermato, identificato, riconosciuto. E poi, liberato. Con la benedizione del governo Meloni.
È difficile non restare indignati. Il governo ha giustificato quel rimpatrio con “motivi di sicurezza nazionale” e “vizi formali” nella procedura del mandato internazionale. Ma a chi vuole far credere davvero che si possa liberare un criminale di guerra per un errore di burocrazia? Non stiamo parlando di una multa scaduta o di un documento compilato male. Stiamo parlando di un uomo accusato di torture, stupri, esecuzioni. Eppure, l’Italia ha deciso di chiudere un occhio. Anzi, entrambi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Al-Masri, libero per decisione politica, è tornato in Libia e ha continuato a esercitare potere e violenza. Fino al nuovo arresto. Ma l’Italia, quella che ama definirsi “madre del diritto”, oggi deve spiegare al mondo come sia stato possibile che un governo europeo, nel 2025, abbia rimandato indietro un presunto torturatore internazionale, eludendo i suoi doveri verso la giustizia internazionale.
Giorgia Meloni si è difesa dicendo che la decisione è stata presa “nel rispetto delle leggi italiane” e “nell’interesse del Paese”. Ma di quale interesse stiamo parlando? Di quello di proteggere un “alleato scomodo” ma utile a tenere chiuse le rotte dei migranti? Di quello di non disturbare un partner politico con cui si fanno accordi sul Mediterraneo, anche a costo di “giare lo sguardo” sui crimini più efferati?
Dietro questa scelta c’è una logica cinica e spietata. L’Italia, che predica fermezza contro il crimine, si è piegata davanti alla convenienza geopolitica. Il messaggio che passa è devastante. La vita delle vittime di Al-Masri vale meno di un accordo sui migranti. Le torture nei centri di detenzione libici non sono abbastanza gravi da mettere in discussione un equilibrio politico. È questa la “difesa dei confini” di cui il governo Meloni va tanto fiero?
E intanto, l’Europa guarda. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano, la Corte penale internazionale sembra essere impotente. E noi, cittadini di un Paese che si vanta di difendere la legalità, restiamo con la consapevolezza che, quando si tratta di scelte scomode, la giustizia può essere tranquillamente sacrificata sull’altare della convenienza.
Oggi Al-Masri è di nuovo arrestato, accusato di tortura e morte di un detenuto. Ma il danno è fatto. Il suo rimpatrio è un marchio indelebile sulla coscienza politica di questo governo. Giorgia Meloni e i suoi ministri potranno ripetere che si è trattato di un errore tecnico, ma la verità è più semplice. Hanno scelto la strada più comoda, quella che garantiva silenzio, accordi e consenso.
E allora, sì, è legittimo arrabbiarsi. Perché un Paese che si definisce civile non può essere complice, nemmeno indirettamente, di chi ha fatto della tortura un mestiere. E se l’Italia non è riuscita a consegnare alla giustizia un uomo accusato dei peggiori crimini, non è stato per mancanza di strumenti, ma per mancanza di coraggio.
La storia ricorderà che, quando la giustizia ha bussato alla porta, il governo Meloni ha preferito voltarsi dall’altra parte.
