Negli ultimi dieci anni, oltre 250 milioni di persone nel mondo hanno dovuto abbandonare le proprie case a causa delle emergenze climatiche. Un numero impressionante che equivale a circa 70.000 persone al giorno, costrette a fuggire non per guerre o persecuzioni, ma per la progressiva distruzione del proprio ambiente di vita.
Il dato emerge da un rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), diffuso in vista della Cop30, la conferenza mondiale sul clima. Il documento mette in evidenza come eventi meteorologici estremi – alluvioni, siccità, incendi, uragani e desertificazione – siano oggi una delle principali cause di migrazione forzata.
Secondo Filippo Grandi, Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, il legame tra crisi climatica e crisi umanitaria è ormai innegabile:
«Le condizioni meteorologiche estreme stanno mettendo sempre più a rischio la sicurezza delle popolazioni, distruggendo case e mezzi di sussistenza e costringendo le famiglie, molte delle quali sono già fuggite dalla violenza, a fuggire di nuovo».
I cosiddetti “rifugiati climatici”, pur non essendo ancora riconosciuti ufficialmente dal diritto internazionale, rappresentano una realtà crescente. Le aree più colpite si trovano in Asia meridionale, Africa subsahariana e America Latina, ma anche in Europa gli effetti del cambiamento climatico stanno modificando la geografia dei rischi e dei flussi migratori.
Dietro i numeri ci sono storie di comunità intere spazzate via da cicloni tropicali, campi coltivati distrutti dalla siccità e coste erose dall’innalzamento del mare. Molte di queste persone non varcano confini internazionali, ma diventano sfollati interni, costretti a ricominciare in aree meno colpite, spesso prive di infrastrutture e risorse.
Gli esperti dell’UNHCR avvertono che, senza un’azione climatica globale efficace, il numero degli sfollati climatici potrebbe raddoppiare entro il 2050, superando i 500 milioni. Per questo, l’agenzia ONU chiede ai governi di integrare la protezione ambientale con le politiche migratorie e umanitarie, promuovendo la resilienza delle comunità più vulnerabili.
La crisi climatica non è più solo un problema ambientale: è una sfida umanitaria e sociale che ridefinisce le frontiere del diritto d’asilo e mette in discussione il futuro di milioni di persone.
