A Molteno, il paese dove Lucio Battisti scelse di nascondersi alla vita pubblica e di dedicarsi solo alla musica, c’è una strada che non sembra diversa dalle altre e che invece, in questi giorni, racconta un intero pezzo di identità collettiva. Via Aldo Moro è una curva larga che costeggia il “dosso”, una collina bassa che i moltenesi chiamano per nome come si fa con un vecchio amico. È una via di case tranquille, di portoni che si aprono al mattino e di passi che risuonano piano. È anche la strada che, per venticinque anni, Lucio vedeva ogni giorno affacciandosi da casa sua, immerso nella discrezione che qui tutti gli hanno sempre garantito.
Adesso quel tratto di asfalto potrebbe diventare via Lucio Battisti.
Una decisione che, sulla carta, sembrava una carezza. Nella realtà, ha agitato il paese come un vento improvviso.
Molteno si è divisa in due, con la naturalezza con cui si dividono solo i paesi piccoli: rapidamente, e con grande convinzione. Da un lato c’è chi sente che intitolare una via a Battisti sia quasi inevitabile: un modo per ringraziare un uomo che, pur arrivando da lontano, qui aveva scelto di vivere, lontano dai riflettori. Dall’altro, c’è chi teme che cambiare un nome così radicato significhi perdere un pezzo di memoria quotidiana e, ancora peggio, affrontare disagi, documenti da rifare, abitudini da ricalibrare.
La discussione è diventata concreta quando sono arrivate 117 firme contrarie.
Il sindaco Giuseppe Chiarella le ha guardate una per una e si è accorto che quasi la metà non appartenevano nemmeno a residenti del paese. Eppure il dibattito è esploso lo stesso: nelle chiacchiere davanti ai negozi, nei gruppi WhatsApp, nelle serate in cui si parla più del nome di una strada che della politica nazionale.
C’è chi dice che sia un atto dovuto alla storia della musica italiana, e chi non vuole rinunciare a un riferimento affettivo come Aldo Moro, percepito qui più come un modello che come un semplice nome. Alla Cooperativa sociale Accoglienza e Lavoro, che si affaccia proprio sulla via contesa, lo spiegano con una calma disarmante: «Per noi Aldo Moro non è una targa. È un principio, una frase che ci accompagna nel lavoro quotidiano». È un attaccamento profondo, che in un paese come Molteno vale quanto qualunque celebrità.
Intanto, un dato significativo: la vedova di Battisti, dopo anni di tensioni con il Comune, non si oppone al nuovo nome. Un dettaglio importante per chi temeva strascichi o vecchie ferite.
In mezzo a tutto questo è arrivata anche la voce di Giordano Sangiorgi, patron del MEI, che ha scritto al sindaco una lettera di sostegno. Una lettera semplice, diretta, nella quale definisce l’intitolazione «un riconoscimento dovuto» e invita il paese a guardare al valore culturale di Battisti senza timidezze.
Il sindaco ascolta tutti, lo ripete spesso, ma la sua posizione è chiara: per lui questa strada rappresenta un’occasione per chiudere una volta per tutte un periodo segnato da incomprensioni e per consegnare a Battisti il tributo che Molteno non gli ha mai ufficialmente dedicato.
E allora la questione diventa più grande di una targa o di un nome.
Diventa una riflessione su cosa significhi, per una comunità, ricordare qualcuno. Su quanto valore attribuiamo ai luoghi e quanto peso diamo alla storia che custodiscono. In fondo, qui le strade non sono solo percorsi: sono abitudini, ricordi, confini affettivi che si tramandano come un’eredità silenziosa.
E la domanda che rimane sospesa nell’aria, sussurrata più che detta, è semplice e profondissima:
si può cambiare il nome di una via senza cambiare un pezzo di chi ci vive sopra?
Molteno, per ora, sta ancora cercando la sua risposta.

[…] per l’articolo, perché è scritto bene e restituisce tante sfumature reali del paese. Permettetemi solo una […]