Io non so cosa stesse succedendo nella vita di Noboru Iguchi quando ha pensato: “Ehi, e se il sushi diventasse assassino?”. Ma qualunque fosse il suo stato mentale, lo vorrei anch’io. Solo per capire com’è vivere in un mondo dove ogni idea, per quanto folle, diventa un film.
Dead Sushi è esattamente ciò che sembra: un’epica battaglia tra esseri umani e… sushi viventi. Non mostri marini, non creature mutanti. Sushi. Coniglietti di riso e pesce crudo con più carattere di certi protagonisti hollywoodiani.
La storia segue Keiko, apprendista cuoca in una famiglia tradizionalissima. Lei vuole perfezionare l’arte del sushi, ma finisce invece nel mezzo di un massacro a base di maki demoniaci, nigiri vendicativi e un temibile sushi volante con denti che meriterebbe un Oscar solo per la faccia che fa mentre uccide la gente.
Io, durante la visione, a un certo punto ho smesso di domandarmi “perché?” e ho iniziato a chiedermi “perché non prima?”.
La cosa incredibile è che il film, pur essendo un delirio alimentare, funziona.
Vola tra combattimenti assurdi, ketchup spacciato per sangue, personaggi sopra le righe e una colonna sonora che sembra uscita da un videogioco degli anni ’90. È tutto così fuori controllo da sembrare volontario. E in effetti lo è: Iguchi non tenta nemmeno per sbaglio di essere serio, e questo ti fa volergli bene.
La verità è che Dead Sushi è un sushi-party infernale, un’esperienza dove:
• il maki ti attacca,
• l’uova di salmone ti minacciano,
• e un pezzo di tamagoyaki ha più personalità di molti influencer.
È trash?
Ovviamente sì.
È stupido?
Assolutamente.
È meraviglioso?
Nemmeno a dirlo. È puro ShitCult gastronomico.
Alla fine, quando scorrono i titoli di coda e tu guardi il tuo frigo pieno di sushi avanzato… inizi a sentirti osservato.
E capisci che forse Iguchi non voleva far ridere.
Forse voleva farci paura.
Di sicuro, dopo questo film, non guarderai mai più un nigiri allo stesso modo.
