Il progetto idroelettrico “Pizzone II” continua a generare tensioni e preoccupazioni nelle comunità dell’Alta Valle del Sangro. Questa proposta, presentata da Enel e legata a un grande impianto di pompaggio, viene raccontata come un’infrastruttura strategica per la transizione energetica, ma per chi vive il territorio ogni giorno appare come un’opera sproporzionata, rischiosa e soprattutto estranea alla natura dei luoghi. Le amministrazioni comunali si sono espresse in modo chiaro, i comitati si sono mobilitati e anche L’Alchimista, voce spesso critica e indipendente della realtà locale, ha ribadito la sua contrarietà a un progetto che sembra ignorare logica, ambiente e buon senso.

Pizzone II viene presentato come un impianto “verde”, ma la definizione non convince. Gli impianti di pompaggio non producono vera energia rinnovabile: consumano grandi quantità di elettricità per sollevare acqua in quota, restituendone una parte inferiore sotto forma di energia quando questa ricade. Sono sistemi utili per stabilizzare la rete elettrica nazionale, ma non rappresentano affatto una soluzione sostenibile per i territori montani, soprattutto se fragili e protetti come quelli del Parco Nazionale d’Abruzzo. Qui non si tratta di installare pannelli solari su un tetto o una turbina in un canale già esistente: si parla di scavi profondi, gallerie, condotte, movimenti di terra e infrastrutture che lascerebbero un segno indelebile.

Le preoccupazioni delle comunità non nascono dal rifiuto del progresso, ma da valutazioni concrete. L’area interessata è caratterizzata da un equilibrio ecologico delicatissimo, abitato da specie rare come l’orso marsicano. Ogni alterazione del territorio ha conseguenze a catena su fauna, flora e idrogeologia. Gli interventi previsti dal progetto potrebbero modificare la circolazione delle acque sotterranee, impoverire sorgenti e zone umide, aumentare il rischio di dissesti. Sono rischi che non possono essere minimizzati nei documenti tecnici, perché se si verificassero ricadrebbero interamente sulle comunità locali, non certo sui proponenti.

C’è poi l’aspetto sociale ed economico. L’Alta Valle del Sangro ha costruito la sua identità e la sua economia su un turismo rispettoso, fatto di natura, silenzio, sentieri, storia. È un’economia fragile ma autentica, che non sopravviverebbe a cantieri giganteschi e anni di lavori invasivi. Il progetto, inoltre, non porterebbe benefici sostanziali al territorio: pochi posti di lavoro temporanei, nessuna ricaduta strutturale e un impatto permanente sul paesaggio. Troppo poco per giustificare un sacrificio così grande.

È qui che entra la posizione de L’Alchimista. Una voce libera, spesso scomoda, che guarda oltre il linguaggio tecnico e politico per evidenziare la sostanza: Pizzone II è un progetto pensato altrove, per interessi che non sono quelli della comunità. È un’opera che rischia di trasformare un territorio unico in un grande cantiere senza offrire alcun ritorno concreto. È la logica del “prendo tutto io e lascio briciole”: un modello che il territorio conosce fin troppo bene e che oggi molti rifiutano con forza.

Secondo L’Alchimista, il progetto è sbagliato non solo dal punto di vista ambientale, ma anche culturale. Montagne, borghi e valli non sono luoghi da piegare alle strategie energetiche nazionali senza un reale confronto con le popolazioni che li abitano. Non si può parlare di sostenibilità se le comunità non sono coinvolte, se i rischi vengono ignorati e se la narrazione “green” serve solo a rendere vendibile un progetto che green non è. La vera sostenibilità è partecipazione, trasparenza, rispetto della storia e degli equilibri di un territorio. Pizzone II, per come è concepito, sembra l’esatto contrario.

La contrarietà crescente attorno a questo progetto non è ideologica, ma nasce da una consapevolezza collettiva: ci sono opere che possono essere fatte ovunque, e opere che non devono essere fatte in certi luoghi. L’Alta Valle del Sangro appartiene alla seconda categoria. E se oggi cittadini, amministratori, tecnici e anche voci indipendenti come L’Alchimista dicono no, è perché questo territorio merita soluzioni intelligenti, non forzature imposte. Merita tutela, non rapina. Merita futuro, non una cicatrice indelebile scavata nella sua montagna più preziosa.