Nel dibattito politico italiano si parla spesso di riforme come se fossero questioni tecniche, riservate ai giuristi e agli addetti ai lavori. In realtà, dietro il linguaggio freddo degli articoli costituzionali si muovono intenzioni molto più chiare, che emergono quando a parlare non sono i tecnici, ma i protagonisti politici.
Roberto Scarpinato, magistrato per decenni e oggi senatore della XIX legislatura per il Movimento 5 Stelle, ha fatto qualcosa di disarmante nella sua semplicità: ha riportato le parole della maggioranza. Non interpretazioni, non ricostruzioni, ma dichiarazioni testuali di ministri e leader politici.
E da quelle parole nasce un racconto che smentisce platealmente la narrazione ufficiale. Antonio Tajani sostiene che la riforma servirebbe a evitare “l’uso politico della giustizia”, citando come esempio la condanna definitiva di Marcello Dell’Utri, che a suo dire sarebbe frutto di una magistratura politicamente orientata.
Il ministro Musumeci arriva a definire i magistrati “killer”. La Presidente del Consiglio insiste sulla stessa idea. In questo racconto, i magistrati diventano il problema, non chi ha commesso reati.
È su questo punto che Scarpinato affonda il colpo. Se si mettono insieme quelle ammissioni, il messaggio è evidente. La riforma non nasce dal desiderio di modernizzare il sistema giudiziario, ma dal risentimento verso una magistratura che negli anni ha osato processare e condannare figure come Previti, Dell’Utri, Verdini, Galan e altri esponenti di un mondo politico intrecciato con corruzione, clientele e affarismi.
La sensazione, anzi la certezza, è che non si stia tentando di migliorare la giustizia, ma di punirla. Non è una riforma: è una resa dei conti.
La vera posta in gioco non è la separazione dei poteri, ma la possibilità, da parte della politica, di impedire che certi processi possano ripetersi. È l’idea che in futuro nessun magistrato debba più avere la forza o la libertà di toccare i “piani alti”. E mentre la discussione pubblica si perde in tecnicismi, le domande che Scarpinato rivolge ai cittadini sono molto semplice.
A chi volete dare fiducia?
A una politica che descrive come vittime uomini condannati in via definitiva per reati gravissimi? A partiti che per anni hanno funzionato come cinghie di trasmissione di lobby e interessi privati?
Oppure a una magistratura che, pur con tutti i suoi limiti, insieme al giornalismo investigativo è stata uno dei pochi anticorpi rimasti contro la corruzione e la predazione sistematica delle risorse pubbliche?
Negli ultimi decenni, quando la politica chiudeva gli occhi, furono le inchieste giudiziarie e le denunce giornalistiche a difendere lo Stato da infiltrazioni criminali e da gruppi affaristici. È un dato storico, non un’opinione. E proprio per questo oggi si tenta di rimettere l’intero sistema giudiziario sotto una supervisione politica.
Questo non renderà l’Italia più moderna. La renderà più fragile. E renderà i cittadini meno protetti.
Una riforma seria sarebbe necessaria. Ma questa riforma, così costruita, non è un passo avanti istituzionale. È un regolamento di conti con chi ha osato applicare la legge anche ai potenti?. Ed è proprio per questo che il prezzo più alto, ancora una volta, rischiano di pagarlo i cittadini.
