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Lee Cronin – La Mummia, la recensione

Lee Cronin’s The Mummy è un film che prende il mito della mummia e lo trascina lontano dalle avventure esotiche e dal fascino archeologico del passato per trasformarlo in qualcosa di profondamente malato, intimo e disturbante. Lee Cronin costruisce un horror che odora di muffa, carne in decomposizione e dolore familiare, un’opera che usa il soprannaturale non come spettacolo ma come infezione emotiva.

La storia segue una famiglia devastata dalla scomparsa della figlia Katie, sparita nel deserto anni prima e improvvisamente restituita ai genitori in circostanze inspiegabili. Ma il ritorno della bambina non ha nulla di miracoloso. Fin dalle prime scene Cronin lascia filtrare un senso di contaminazione. Katie non sembra più appartenere al mondo dei vivi. Ogni gesto appare sbagliato, ogni silenzio nasconde qualcosa di antico e predatorio.

Il regista sceglie un approccio radicalmente horror. La mummia non è più una creatura romantica o vendicativa: è un organismo parassitario, una presenza che corrompe il corpo e divora lentamente l’identità umana. È qui che il film trova la sua forza più inquietante. Il terrore nasce dalla trasformazione fisica e psicologica dei personaggi, dalla sensazione che la casa stessa venga progressivamente infettata.

Tra le scene più riuscite c’è quella dell’apertura del sarcofago, costruita con una tensione quasi insostenibile. Cronin orchestra il momento con precisione chirurgica: il rituale archeologico si trasforma in una contaminazione biologica e spirituale. Quando il corpo mummificato viene esposto, la scena scivola rapidamente nell’orrore puro, lasciando lo spettatore intrappolato in un crescendo di disgusto e paranoia.

Ancora più potente è la lunga sequenza notturna ambientata nella casa della famiglia. Katie attraversa i corridoi immersi nell’oscurità con movimenti innaturali, mentre il film rallenta il ritmo fino a rendere ogni rumore insopportabile. Cronin dimostra grande controllo della suspense: non cerca continuamente il salto improvviso, ma costruisce un’angoscia lenta, quasi febbrile.

Le scene di body horror sono devastanti. Pelle che si lacera, bendaggi che sembrano fondersi con la carne, fluidi corporei e corpi deformati trasformano il film in un’esperienza fisica prima ancora che narrativa. In alcuni momenti Cronin sfiora apertamente il cinema di possessione, ma riesce comunque a mantenere una propria identità visiva fatta di degrado, oscurità e claustrofobia.

Anche dal punto di vista estetico il film colpisce. La fotografia sporca e desaturata crea un universo senza conforto, dove ogni ambiente sembra impregnato di morte. Gli interni domestici diventano tombe moderne, luoghi soffocanti in cui il dolore familiare viene letteralmente divorato da una forza ancestrale.

Lee Cronin conferma il talento mostrato in Evil Dead Rise e spinge ancora più avanti la sua idea di horror corporeo e familiare. Il suo The Mummy non vuole intrattenere attraverso l’avventura o il folklore spettacolare. Vuole mettere a disagio, lasciare addosso una sensazione di contaminazione, come se qualcosa fosse rimasto nascosto sotto la pelle anche dopo la fine del film.

In definitiva, Lee Cronin’s The Mummy è un horror feroce e soffocante che reinventa il mostro classico trasformandolo in un incubo domestico fatto di lutto, possessione e decomposizione. Un film che non cerca di piacere a tutti, ma che proprio nella sua crudeltà trova una voce personale e profondamente inquietante.

Gianni Leone, fondatore
Gianni Leone, fondatorehttps://gkarloff.art/
Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.

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