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South Australia, una donna ottiene il diritto a interrompere cure e alimentazione artificiale

Una donna del South Australia ha ottenuto in tribunale il diritto a morire attraverso la sospensione dei trattamenti sanitari, compresa l’alimentazione artificiale. Si tratta di una decisione importante, perché per la prima volta un giudice dello Stato ha riconosciuto l’immunità ai medici e agli operatori sanitari che rispetteranno la volontà di un paziente deciso a interrompere le cure.

La donna, ricoverata in una casa di cura e costretta su una sedia a rotelle, aveva chiesto ai medici di cessare sia la nutrizione artificiale sia la somministrazione di insulina. Il personale sanitario, però, aveva rifiutato, temendo possibili conseguenze giudiziarie e il rischio di essere accusato di aver favorito il suicidio. La questione è così finita davanti alla giustizia.

Il giudice supremo Chris Kourakis ha stabilito che il rifiuto delle cure non può essere assimilato al suicidio, anche se dalla loro sospensione possa derivare con certezza la morte del paziente. Di conseguenza, la Corte ha affermato che medici e personale sanitario dovranno attenersi alla volontà della donna e che, per questo, non potranno essere perseguiti né sul piano penale né su quello civile o disciplinare.

La sentenza è stata accolta con favore dalle associazioni che si battono per il diritto all’autodeterminazione nel fine vita, anche se non sono mancate critiche molto dure verso il quadro normativo attuale. Secondo alcuni osservatori, resta infatti un paradosso evidente: pur di non ammettere una forma di eutanasia, la legge finisce per consentire una morte che può arrivare attraverso fame e disidratazione.

Anche dal mondo delle strutture assistenziali è arrivata una riflessione importante. La decisione, infatti, obbliga case di cura e operatori a confrontarsi con una questione complessa, in cui si intrecciano il diritto del singolo a scegliere, i limiti della legge e i dilemmi etici che riguardano chi assiste i pazienti nella fase finale della vita.

Il caso riapre così il dibattito su un tema che continua a dividere: fino a che punto una società è disposta a riconoscere davvero il diritto di una persona a rifiutare trattamenti che non vuole più subire.

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