In Oregon, uno dei pochi Stati americani in cui il suicidio medicalmente assistito è legale, potrebbe nascere la prima struttura privata interamente dedicata alla cosiddetta “morte dignitosa”. Ma ancora prima di aprire, il progetto ha già sollevato dubbi, critiche e un forte disagio etico.
A lanciare l’iniziativa è lo psichiatra di Portland Stuart Weisberg, che ha annunciato l’apertura della Dignity House, una clinica pensata per assistere i pazienti che scelgono di ricorrere alla legge sul fine vita. Il medico ha spiegato di essersi ispirato alla vicenda di Jack Kevorkian, figura storica e controversa del dibattito sull’assistenza alla morte.
L’annuncio, però, ha sorpreso anche le associazioni che da anni seguono i malati terminali in questo percorso. Secondo chi opera già nel settore, la quasi totalità delle persone che ricevono una prescrizione secondo la legge dell’Oregon sceglie di assumere i farmaci nella propria casa, in un contesto intimo e familiare. Per questo, l’idea di una struttura dedicata esclusivamente a questo momento appare a molti non solo insolita, ma anche difficilmente comprensibile.
A rendere la vicenda ancora più delicata sono soprattutto i costi previsti. La Dignity House propone infatti una serie di servizi a pagamento che hanno suscitato forti perplessità. Oltre alla quota per il soggiorno, compaiono offerte aggiuntive come la videoregistrazione delle ultime ore, un banchetto finale, composizioni floreali e perfino accompagnamenti musicali al pianoforte. Ed è proprio questo elenco a spostare il dibattito su un terreno scivoloso: quello della possibile commercializzazione del fine vita.
Il punto non è soltanto economico. Il nodo vero è simbolico. Quando una scelta estrema e dolorosa come quella del suicidio assistito viene inserita dentro una lista di servizi con tariffario, il rischio è che la dignità del paziente venga confusa con una formula di mercato. Ed è questo che inquieta molti osservatori: l’idea che il diritto a morire senza sofferenze possa trasformarsi, anche solo in parte, in un prodotto da acquistare.
Come se non bastasse, sulla vicenda è piombata anche un’altra ombra. Pochi giorni dopo l’annuncio, Stuart Weisberg è stato sospeso dall’Oregon Medical Board per presunte irregolarità nella prescrizione di farmaci stupefacenti a pazienti tossicodipendenti. Una coincidenza temporale che ha inevitabilmente alimentato sospetti e tensioni attorno all’intero progetto. Il medico ha reagito dicendosi pronto a difendersi.
La questione, dunque, va oltre il singolo caso. Tocca un tema molto più profondo: come si tutela davvero la dignità nel fine vita? Con più libertà di scelta, certamente. Ma anche evitando che quella scelta venga trascinata dentro logiche ambigue, dove il confine tra accompagnamento umano e offerta commerciale rischia di diventare troppo sottile.
Perché una cosa è difendere il diritto di una persona a decidere in condizioni estreme. Un’altra è accettare senza domande che attorno a quel momento si costruisca una vera e propria economia della morte.






