Daniela Santanchè si presenta come leader di un movimento “per l’Italia”. Ma per quale Italia, viene da chiedersi? Per un’Italia che non conosce il rispetto? Per un’Italia che guarda con sospetto, ostilità e pregiudizio tutto ciò che appartiene a una cultura diversa, in questo caso quella islamica?
Sono ateo, e proprio per questo ritengo ancora più importante difendere il principio del rispetto reciproco tra culture e religioni. Non avere fede non autorizza nessuno a insultare quella altrui, né tantomeno a pronunciare affermazioni gravi, offensive e profondamente divisive come quelle espresse dalla Santanchè. Quando dichiara: “Maometto per noi era poligamo e pedofilo, perché aveva nove mogli e l’ultima di nove anni”, la domanda nasce spontanea: “per noi” chi? Parli per sé stessa, non a nome di tutti. Al massimo, a nome di chi condivide una visione intollerante, aggressiva e incapace di confrontarsi con la complessità della storia e delle culture.
Conosco molte persone di fede islamica e sento il dovere di affermare con chiarezza che l’Islam non è affatto ciò che troppo spesso viene raccontato da certa propaganda politica o da una parte dei media. Fa comodo ridurre tutto a una formula semplice e spaventosa, come se Islam significasse automaticamente fanatismo religioso, estremismo, minaccia. Ma questa rappresentazione è falsa, superficiale e pericolosa.
È vero, esistono frange fanatiche. Ma sarebbe disonesto e intellettualmente scorretto identificare un’intera religione con le sue derive più estreme. Il fanatismo, purtroppo, non appartiene a una sola fede: compare ovunque ci siano ignoranza, paura e rifiuto del dialogo. Nessuna religione, nessuna cultura, nessun popolo può dirsi del tutto immune da questo rischio. Proprio per questo è arrivato il momento di fermare questa continua campagna di denigrazione contro l’Islam, costruita su semplificazioni, generalizzazioni e pregiudizi.
Come si può pensare di costruire una società autenticamente civile, aperta e plurale, se al tempo stesso si alimenta una cultura dell’odio? Come si può parlare di convivenza tra popoli e tradizioni diverse, se poi si lascia spazio a una retorica che umilia, discrimina e divide? Una società multiculturale non può nascere sulla paura dell’altro, ma solo sul riconoscimento reciproco, sull’ascolto e sul rispetto.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: che differenza c’è tra il fanatismo religioso e il fanatismo dell’intolleranza politica? In fondo, entrambi si nutrono della stessa logica: estremizzare, rifiutare il dialogo, erigere muri, trasformare l’altro in un nemico. Cambiano i linguaggi, cambiano i simboli, ma il meccanismo resta identico. E quando si smette di voler capire, comincia sempre una forma di violenza, anche se inizialmente solo verbale.
Per quanto mi riguarda, desidero esprimere la mia solidarietà alla comunità islamica, troppo spesso ferita da parole irresponsabili e da giudizi che nulla hanno a che vedere con il rispetto democratico. Voglio ricordare che, fortunatamente, non tutta l’Europa è rappresentata da queste posizioni. Non tutti scelgono la strada dell’odio. Non tutti accettano che il pregiudizio venga scambiato per verità.
Essendo nato in Italia, sento anche il bisogno di rivolgere idealmente le mie scuse personali alla comunità islamica. Perché esiste un’altra Italia. Un’Italia che non urla, non offende, non discrimina. Un’Italia che non ha paura del confronto. Un’Italia che sa distinguere tra fede e fanatismo, tra identità e propaganda, tra critica e insulto. Ed è proprio questa Italia, silenziosa ma viva, che merita di essere ascoltata e difesa.






