Dal 6 all’8 ottobre 2025, le luci del Marilyn Monroe Theatre al Lee Strasberg Creative Center di West Hollywood si accenderanno di nuovo per ospitare la quarta edizione dell’Italian Comedy Festival, ideato e diretto dall’attore Gianfranco Terrin.

Di seguito l’intervista con Terrin

L’idea di portare la commedia italiana a Hollywood è affascinante: com’è nata e quale momento considera la vera scintilla del Festival?

La scintilla è nata dalla mia voglia di dare alla commedia italiana il ruolo che merita. Ero stanco di vederla sempre al secondo posto, considerata “leggera” mentre si parla quasi esclusivamente di cinema d’autore. La commedia ha una penna, ha un autore, ha una voce propria: racconta storie, osserva la società e fa riflettere, spesso con una profondità sorprendente. Da qui l’idea di fondare un festival che celebrasse la commedia italiana nella sua completezza e di portarla a Hollywood per mostrarne il valore anche al pubblico “oltre confine”.

La commedia viene spesso percepita come un genere “leggero”, ma lei la descrive come un linguaggio universale e potente. Qual è, secondo lei, la forza nascosta della commedia che la rende ancora oggi così attuale?
La forza della commedia risiede nella sua capacità di osservare la realtà con leggerezza senza banalizzarla. Dietro ogni risata c’è una riflessione sul mondo, sulle relazioni umane e sulle contraddizioni della società. Ciò che la rende davvero speciale è che, pur affrontando argomenti sociali e talvolta impegnativi, riesce a regalare un sorriso, alleggerendo il cuore dello spettatore senza sminuire la profondità della storia. Raccontare un dramma è relativamente semplice, ma trasformarlo in una narrazione che emoziona e fa ridere allo stesso tempo è un compito tutt’altro che leggero: richiede sensibilità, ritmo e una profonda comprensione dell’animo umano. È questa capacità di far pensare mentre si ride che crea un legame immediato e sincero con il pubblico, rendendo la commedia un linguaggio universale e potente.

Nel programma di quest’anno ci sono temi molto contemporanei – dall’intelligenza artificiale alla salute mentale. Quanto conta per lei che la commedia riesca a raccontare la società di oggi, anche nei suoi aspetti più complessi?
È fondamentale. La commedia ha il privilegio di parlare di questioni complesse senza diventare pesante: può smussare le paure, aprire il dialogo, portare il pubblico a riflettere attraverso l’empatia e l’umorismo. Raccontare la società di oggi significa anche permettere alla commedia di rinnovarsi continuamente e restare viva, capace di parlare a generazioni diverse.

Il Festival unisce grandi icone del cinema italiano e nuove voci emergenti. Che cosa cerca in un’opera o in un artista per inserirli nel cartellone dell’Italian Comedy Festival?
Cerco autenticità e originalità. Un’opera o un artista deve avere qualcosa da dire, uno sguardo personale e riconoscibile, la capacità di far ridere ma anche di emozionare. Non è solo una questione di talento tecnico: conta la sensibilità, la coerenza artistica e la capacità di dialogare con il pubblico. In particolare, un’opera deve saper parlare a un pubblico che io amo definire “oltre confine”: non mi piace usare il termine “internazionale”, perché spesso i progetti esteri vengono definiti tali come se quelli italiani non lo fossero. Il vero segreto è riuscire a creare un’esperienza che superi le barriere geografiche e culturali, che resti impressa e coinvolga chiunque la guardi, ovunque si trovi.

Lei vive tra Italia e Stati Uniti: come cambia lo sguardo sulla commedia italiana quando la si porta fuori dai nostri confini e la si propone al pubblico internazionale?
Portare la commedia italiana “oltre confine” è sempre un esercizio di traduzione culturale: bisogna rispettare la sua identità, ma anche trovare ciò che è universale. Spesso ciò che funziona meglio è il lato umano, le emozioni autentiche, le situazioni quotidiane che parlano a tutti. L’esperienza internazionale ci fa comprendere quanto la nostra comicità, pur radicata nel contesto italiano, abbia un respiro globale e una forza di connessione sorprendente.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.