La guerra in Ucraina non è più fatta solo di linee di trincea e di mappe geografiche. È diventata una guerra che attraversa le case, le scuole, le stazioni ferroviarie. Una guerra che scende nei sotterranei delle città quando suonano le sirene e risale in superficie quando i bambini, poche ore dopo un bombardamento, si siedono di nuovo sui banchi di scuola, spesso ricavati nei rifugi antiaerei. È la guerra della quotidianità negata e al tempo stesso ostinatamente difesa.

Negli ultimi giorni si è consumata una delle offensive più dure dall’inizio del conflitto: la Russia ha lanciato oltre 380 droni e 35 missili su infrastrutture energetiche ucraine. Centrali elettriche, gasdotti, depositi: tutto per piegare un Paese prima ancora che arrivi l’inverno. È una strategia antica e spietata: togliere luce e riscaldamento significa colpire la sopravvivenza quotidiana, non solo la capacità militare.

Kiev, però, non resta ferma. I suoi droni hanno colpito raffinerie e depositi oltre il confine, fino a penetrare nel cuore industriale russo. Un’esplosione ha distrutto una fabbrica di esplosivi a Dzerzhinsk, lontana dal fronte: un segnale chiaro che la guerra non è più confinata alle terre contese, ma entra nel cuore stesso dell’apparato bellico di Mosca.

Intanto le città ucraine continuano a pagare un prezzo altissimo. A Shostka, un treno passeggeri è stato centrato dai missili: almeno un morto e decine di feriti. La tattica del “doppio colpo” – colpire e poi aspettare i soccorsi per colpire di nuovo – è diventata frequente, una crudeltà che trasforma la solidarietà spontanea in rischio mortale.

Ma il volto più cupo della guerra è nei dettagli: a Yarova, nel Donetsk, un bombardamento ha ucciso anziani in fila per ritirare la pensione. Scene che ricordano i momenti più neri della storia europea, quando le popolazioni civili diventavano obiettivi deliberati.

Anche la paura nucleare è tornata a farsi sentire. La centrale di Chernobyl è rimasta senza energia dopo un attacco alle linee elettriche. Per ore, i sistemi di sicurezza hanno rischiato di fermarsi. È bastato questo a far riaffiorare negli ucraini – e nel mondo – il fantasma di un disastro senza confini.

In questo scenario, l’Ucraina cerca di trasformare la dipendenza dagli alleati in forza autonoma. Zelensky ha annunciato che molti dei droni e dei missili usati nelle ultime settimane sono di produzione nazionale: un passo cruciale verso la costruzione di una base industriale militare che renda il Paese meno vulnerabile ai ritardi o alle incertezze occidentali.

Sul fronte diplomatico, però, la partita è altrettanto dura. In Repubblica Ceca è stato eletto Andrej Babiš, leader critico verso gli aiuti militari a Kiev: un segnale che il consenso in Europa scricchiola. Putin punta proprio su questo: logorare non solo l’Ucraina, ma anche la pazienza e l’unità dell’Occidente.

E mentre le cancellerie discutono di pacchetti di armi e sanzioni, la gente comune vive la guerra giorno per giorno. I bambini che fanno i compiti nei bunker; i pendolari che riprendono il treno poche ore dopo un raid; i medici che operano senza elettricità. È in questa resilienza quotidiana che si gioca forse la battaglia più importante: quella che dice al mondo che l’Ucraina non è solo un campo di battaglia, ma una società viva che non vuole arrendersi.

La guerra, oggi, non è fatta solo di territori conquistati o perduti. È una guerra di nervi, di energia, di logoramento. La Russia colpisce la luce, il calore, la mobilità. L’Ucraina risponde colpendo i motori industriali del nemico. E nel mezzo, milioni di civili cercano di sopravvivere.

La domanda che resta sospesa, a Kiev come a Bruxelles, è una sola: quanto a lungo l’Europa e l’Occidente saranno disposti a resistere insieme all’Ucraina? Perché Mosca gioca sul tempo, ma l’Ucraina gioca sulla vita

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.