L'ALCHIMISTA PRESENTA

spot_img

NOVITà

spot_img

ARTICOLLI COLLEGATI

spot_img

Cagliostro, parte II

A San Pietroburgo l’incanto comincia a incrinarsi. L’uomo che si era cucito addosso identità cangianti, nobiltà immaginarie e ascendenze misteriose, viene messo di fronte a un primo brusco risveglio: l’ambasciatore di Spagna lo diffida a smettere di fingersi spagnolo, mentre un documento con cui aveva cercato di accreditarsi come Rosacroce viene riconosciuto per ciò che probabilmente era, un falso. Ma Cagliostro non è uomo da fermarsi davanti a una smascherata. Cambia pelle ancora una volta e si presenta come taumaturgo, con quella sapienza scenica che lo distingueva da molti altri impostori: dai poveri non pretende denaro, dai ricchi sì. E così, anche quando le guarigioni non arrivano, raccoglie comunque simpatia, venerazione, curiosità. In fondo aveva capito una cosa essenziale: nella malattia, come nella paura, gli uomini non cercano sempre la verità, spesso cercano solo qualcuno che sappia parlare come un oracolo.

Basta però l’ostilità di un potente, o la freddezza di chi non si lascia stregare, perché il sipario si richiuda di colpo. Nel maggio del 1780 Giuseppe e Lorenza sono già a Varsavia, trascinandosi dietro il loro teatro ambulante di promesse, allusioni, segreti e nuove identità. Qui trova accoglienza presso il principe Adam Pininsky, massone e appassionato di alchimia, convinto di avere finalmente davanti non un avventuriero ma un autentico adepto capace di strappare alla materia il suo segreto più antico: trasformare il piombo in oro. Per questo gli viene affiancato August Moszynsky, anch’egli massone, che partecipa agli esperimenti di laboratorio e più tardi racconterà come il prodigio avvenisse in realtà con un trucco da prestigiatore, sostituendo il recipiente del piombo con un altro identico già colmo d’oro. È un dettaglio rivelatore. In Cagliostro il miracolo non nasce dalla sostanza, ma dalla sostituzione, dal passaggio invisibile, dall’arte di spostare gli occhi degli altri mentre il trucco si compie.

A questo si aggiunge un episodio ancora più sordido, che incrina ulteriormente la sua immagine. Viene scoperta una vicenda che coinvolge una ragazza molestata da lui e al tempo stesso complice in presunte evocazioni spiritiche, inscenate per dare consistenza a fenomeni che da soli non sarebbero mai nati. Anche in Polonia, dunque, il copione resta lo stesso: fascinazione, credito, sospetto, caduta e fuga. Il 26 giugno 1780 i due ripartono improvvisamente per la Francia, come se l’unico modo di sopravvivere alle proprie maschere fosse sempre quello di abbandonare il palcoscenico prima che le luci si accendano davvero.

A Strasburgo Cagliostro si reinventa medico. È una metamorfosi meno vistosa, ma forse ancora più efficace. Le sue tisane di erbe, la cui formula è persino sopravvissuta, non sono che rimedi modesti, forse semplici placebo. Eppure attorno a lui si diffondono racconti di cancrene guarite con liquori, mali estirpati con pozioni, corpi restituiti alla vita da un uomo che sembrava conoscere il linguaggio segreto delle sostanze. Non importa se fossero invenzioni, esagerazioni o autocelebrazioni. L’effetto era ottenuto. Cagliostro riusciva a farsi percepire come l’unico individuo in Europa capace di sciogliere ogni nodo, dissolvere ogni male, offrire soluzione a qualsiasi problema, purché il prezzo fosse adeguato. È in questi anni che la sua fama tocca il culmine. Non più semplice vagabondo del raggiro, ma personaggio magnetico, quasi sacerdotale, in grado di suggestionare salotti, logge e dimore aristocratiche.

Tra coloro che cadono nel suo campo di attrazione vi è il cardinale Louis René Édouard de Rohan. Ricchissimo, prodigo, vanitoso, leggero nei modi e fragile nel giudizio, Rohan era uno di quei potenti che sembrano nati per essere catturati dal fascino dell’occulto. Già compromesso a corte da una vecchia leggerezza diplomatica che gli aveva alienato le simpatie di Maria Antonietta, il cardinale conduceva un’esistenza sontuosa, costellata di rendite, avventure galanti e curiosità esoteriche. Quando viene a sapere della presenza di Cagliostro a Strasburgo, lo invita a palazzo e ne resta conquistato. In quell’italiano ambiguo, teatrale e carismatico crede di intravedere un maestro d’alchimia, un medico infallibile, forse perfino un uomo toccato da qualche misteriosa elezione. Lo porta con sé a Parigi perché si occupi di un suo parente, il maresciallo Charles de Rohan, che guarirà per fortuna indipendentemente dalle improbabili arti dell’ospite.

Questo legame con il cardinale diventerà per Cagliostro un ponte verso ambizioni ancora più grandi. Non gli basta più suggestionare salotti o spennare creduloni. Ora vuole fondare qualcosa che assomigli a un ordine, a una chiesa parallela, a una confraternita capace di assorbire in sé le promesse della massoneria, dell’alchimia, del cristianesimo apocalittico e dell’Oriente immaginato. A Bordeaux, dopo l’ennesimo lungo peregrinare, matura la scena decisiva della sua autorivelazione. Ammalatosi nel 1784, o forse solo comprendendo che ogni personaggio per reggere ha bisogno di una rivelazione, racconta di aver avuto una visione. Una discesa in un sotterraneo, un salone regale pieno di luce, figure in abito talare, antichi “figli massonici” già morti, una veste bianca, una spada da angelo sterminatore, e infine una voce che gli annuncia che la sua fatica nel mondo non è ancora conclusa. È una scena di sapore iniziatico, quasi una liturgia notturna dell’elezione. Vera o inventata, poco importa: da quel momento Cagliostro può presentarsi non più come un uomo in cerca di mistero, ma come un uomo investito dal mistero.

Nasce così il progetto del Rito Egizio. L’Egitto, allora avvolto da un’aura remota e quasi favolosa, era il nome perfetto per un sistema che doveva apparire antichissimo, sapienziale, inaccessibile ai profani. Cagliostro si autoproclama Gran Cofto, titolo che suona come un sigillo esotico e assoluto, mentre Lorenza viene trasfigurata in principessa Serafina, Regina di Saba e Grande Maestra della loggia femminile. Tutto si amplifica. Le origini del rito vengono fatte risalire ai profeti Enoch ed Elia, e la sua finalità dichiarata non è modesta: rigenerare fisicamente e spiritualmente l’uomo, restituirlo a una condizione anteriore alla Caduta, come se l’iniziazione potesse cancellare la colpa originaria e rifare il corpo stesso. Il programma è smisurato, quasi delirante, e proprio per questo seducente. Ottanta giorni di pratiche per i vertici, dodici anni per i semplici aderenti, e al centro sempre lui solo, custode di un mysterium magnum che non viene realmente svelato ma soltanto custodito, come si custodisce il cuore di ogni potere fondato sull’enigma.

Con questo disegno ambizioso, Giuseppe e Lorenza, che per l’occasione si presenta accanto a lui come conte Phenix, giungono a Lione il 20 ottobre 1784. La città è piena di logge e di uomini pronti a lasciarsi attrarre da un nuovo sistema iniziatico. Cagliostro trova in fretta i dodici maestri che gli servono, acquista un terreno, avvia la costruzione della sede della sua loggia, che porterà il nome solenne di La sagesse triomphante. Anche il nome è una dichiarazione di guerra al mondo ordinario. Non più soltanto raggiri e fortune improvvisate, ma una pretesa di fondazione, di permanenza, di vittoria spirituale. Eppure, come sempre nella sua vita, proprio quando il castello sembra prendere forma, qualcosa comincia già a cedere alla base.

Il 30 gennaio 1785 i due arrivano a Parigi, si sistemano al Palais Royal e fondano rapidamente due logge, una maschile e una femminile, frequentate da aristocratici e curiosi dell’invisibile. Per un attimo pare che tutto stia finalmente convergendo verso il trionfo. Ma è allora che irrompe la vicenda che segnerà per sempre il suo nome: lo scandalo della collana. Quel gioiello smisurato, creato per una regina e rifiutato da Maria Antonietta, diventa il centro di una truffa tanto elegante quanto rovinosa, messa in atto dai coniugi de la Motte ai danni del cardinale de Rohan. Convinto di acquistare la collana per restituirsi alle grazie della regina, Rohan cade in pieno nella rete. Quando l’inganno viene scoperto, la contessa de la Motte, nel tentativo di attenuare le proprie responsabilità, trascina dentro il fango anche Cagliostro, accusandolo di esserne l’ispiratore occulto.

Il 22 agosto 1785 lui e Lorenza vengono arrestati e rinchiusi nella Bastiglia. Per un uomo che aveva fatto della mobilità, dell’ambiguità e del palcoscenico il proprio regno, la Bastiglia è più di una prigione: è la materializzazione della smascherata. Difeso dai migliori avvocati di Parigi, Cagliostro reagisce come gli è sempre riuscito meglio, trasformando anche la difesa in autobiografia visionaria. Nasce così il suo Memoriale, un riassunto in francese della propria vita, inattendibile quanto seducente, in cui prova a sottrarre la propria storia alla cronaca per restituirla al mito. Il Parlamento di Parigi, il 31 maggio 1786, riconosce lui, Lorenza e lo stesso cardinale innocenti rispetto alla truffa. Ma l’assoluzione non restituisce loro la scena. Una lettre de cachet del re ordina l’espulsione da Parigi e poi dalla Francia. Il 19 giugno i due salpano per Dover, come fantasmi cacciati dal grande teatro che per un attimo li aveva accolti.

A Londra, però, li attende una nuova forma di supplizio: non più il carcere, ma la dissezione pubblica della reputazione. Il Courier de l’Europe, giornale controllato dal governo francese, scatena contro di lui una campagna di stampa metodica e feroce. Per mesi riaffiorano il passato, i nomi falsi, i titoli inventati, le truffe, gli arresti, l’origine oscura, perfino il vero nome di Lorenza. Non più il conte di Cagliostro e la principessa Serafina, ma Giuseppe Balsamo e Lorenza Feliciani, ricondotti con brutalità al fango delle proprie origini. La sua risposta è rabbiosa e rivelatrice. In una lettera al popolo inglese ammette di non essere conte, né marchese, né capitano, e insieme nega ostinatamente di essere Balsamo. È un paradosso perfettamente suo: confessare per sviare, ammettere per nascondere, smontare una maschera pur di salvarne un’altra. In quelle righe si sente tutta la disperazione di un uomo che ha costruito se stesso come artificio e ora non può più permettersi di tornare completamente alla materia grezza del proprio nome.

Intorno a lui, intanto, si fa il vuoto. Da Londra si sposta a Hammersmith, impartisce lezioni di alchimia, ma anche lì la commedia si screpola. Un allievo sostituisce il metallo da trasmutare con del tabacco, e la trasmutazione “riesce” ugualmente, generando uno scandalo che ha il sapore del ridicolo assoluto. Anche i suoi collaboratori massoni di Lione iniziano a rimproverarlo, accusandolo di usare per sé il denaro della loggia. Il taumaturgo, il Gran Cofto, il rifondatore spirituale dell’umanità appare sempre più come un uomo inseguito dai propri resti.

Nel 1787 raggiunge Bienne, in Svizzera, senza Lorenza. Lei è rimasta a Londra per sistemare alcuni beni, ma in quel distacco accade qualcosa di importante. Avvicinata da un giornalista del Courier de l’Europe, racconta i maltrattamenti subiti dal marito e gli impedimenti posti da lui alla sua pratica cattolica. Quando poi lo raggiunge in Svizzera, ritratta pubblicamente tutto, ma conferma ogni cosa in una lettera privata ai genitori a Roma. Sarà quella lettera, più tardi, una delle spine avvelenate piantate contro di lui nel processo. Ancora una volta, il pericolo più grande per Cagliostro non viene dall’esterno, ma dall’incrinarsi della cerchia che lo sorreggeva.

Proprio in quegli stessi anni, mentre lui tenta di reggersi ancora tra guarigioni, promesse e litigi, a Palermo Goethe compie un gesto quasi da scena finale di una tragedia segreta. Desideroso di verificare le vere origini del celebre avventuriero, si mette sulle tracce della famiglia Balsamo, visita la madre e la sorella in una casa poverissima, pulita, ridotta all’essenziale. Il contrasto è feroce: da una parte il mago europeo dei salotti, dall’altra il figlio perduto di un ambiente umile e dolente, ricordato soprattutto per debiti non saldati e per una lontananza mai più colmata. La madre lo tiene ancora stretto nel cuore, la sorella reclama il denaro che le deve, e Goethe assiste a quella scena come a uno squarcio improvviso sotto il trucco. Il mito si apre, e sotto c’è la miseria.

Da quel momento in poi, ogni tappa sembra preparare il ritorno finale nel luogo dove tutto dovrà essere giudicato. Cagliostro continua a muoversi, litiga, guarisce, riparte, viene espulso, cerca nuovi protettori. Attraversa Aix-les-Bains, Torino, Genova, Venezia, Verona, Rovereto, fino a raggiungere Trento nel novembre del 1788. Qui viene accolto dal principe-vescovo Pietro Vigilio Thun e, con la flessibilità che sempre l’ha salvato, mostra ora grande deferenza verso la fede cattolica. Giustifica la Massoneria, si dichiara pronto ad andare a Roma, cerca di apparire ravveduto, quasi desideroso di riconciliazione. Il vescovo scrive a Roma in suo favore, e da là arriva una risposta che sembra rassicurante: nessun pregiudizio formale contro di lui nello Stato Pontificio.

Forte di questa apertura, o forse ingannato ancora una volta dalla propria capacità di credere alle maschere che costruisce, il 17 maggio parte da Trento con Lorenza e dieci giorni dopo è a Roma. Alloggia prima in piazza di Spagna, poi presso parenti della moglie a Campo de’ Fiori. Si comporta con prudenza, come chi intuisce di essere osservato, spiato, forse già avvolto da una rete invisibile. Vorrebbe un’udienza col papa, ma non la ottiene. Pensa perfino di tornare in Francia e prepara un memoriale per l’Assemblea francese, ma il documento viene sequestrato non appena consegnato alla posta. È un segnale sinistro, quasi un rintocco. Le vie di fuga si stanno chiudendo. L’uomo che per anni ha attraversato l’Europa cambiando nome, patria e destino, sta per scoprire che esiste un punto oltre il quale nessuna metamorfosi basta più.

ARTICOLI POPOLAI