L'ALCHIMISTA PRESENTA

spot_img

NOVITà

spot_img

ARTICOLLI COLLEGATI

spot_img

Cagliostro, parte III

Il cerchio si chiude a Roma, ed è un cerchio di spie, confessioni, paure e tradimenti. Dopo aver attraversato l’Europa cambiando nome, volto e destino, dopo aver sedotto aristocratici, massoni, creduloni e curiosi dell’occulto, Cagliostro finisce col cadere non per un grande prodigio fallito, ma per quella rete invisibile che i poteri costruiscono attorno a chi osa muoversi troppo a lungo tra eresia, magia e segreti. È qui che l’avventuriero cessa di essere soltanto un taumaturgo dell’inganno e diventa un prigioniero del proprio stesso mito.

Un giorno due uomini, Matteo Berardi e Carlo Antonini, si avvicinano a lui chiedendo di essere accolti nella Massoneria. Cagliostro non sospetta nulla. Li inizia, compie i rituali, apre loro la porta di quel mondo che aveva trasformato in scenografia sacra del proprio potere. Ma quei due non sono cercatori di luce. Sono spie del Governo pontificio. Hanno visto abbastanza, ascoltato abbastanza, e scompaiono prima ancora di versare la quota promessa. Con quel gesto Cagliostro firma quasi senza saperlo la propria rovina, perché nello Stato Pontificio l’organizzazione di società massoniche è proibita sotto pena gravissima. A rendere la scena ancora più sinistra c’è il fatto che egli riesca perfino ad affiliare un frate cappuccino, Francesco Giuseppe da San Maurizio, come se la sua rete avesse ormai cominciato a sfiorare perfino gli uomini consacrati, trascinandoli nel gorgo del suo rituale egizio.

Poi arriva il colpo decisivo, e arriva dall’interno. In settembre Lorenza lo denuncia al parroco di Santa Caterina della Rota. La sua accusa viene trasmessa al Sant’Uffizio, pur se all’ultimo momento si rifiuta di firmarla. È un dettaglio inquietante: come se la donna esitasse davanti all’abisso che sta aprendo, ma non abbastanza da richiuderlo davvero. Poco prima avevano già denunciato Cagliostro anche il padre di lei e la spia Antonini. Il meccanismo ormai è in moto, e quando il potere ecclesiastico decide di colpire non procede con esitazione. La decisione dell’arresto viene presa ai massimi livelli, in una riunione tra papa Pio VI, il Segretario di Stato e altri cardinali. Nella notte del 27 dicembre 1789 l’ombra cala definitiva su di lui. Cagliostro viene rinchiuso a Castel Sant’Angelo, Lorenza nel convento di Sant’Apollonia, il cappuccino all’Ara Coeli. Le loro strade vengono separate come in un rito di dissoluzione.

Le accuse sono enormi, quasi costruite per schiacciare non un uomo soltanto, ma tutto ciò che rappresenta. Massoneria, magia, bestemmia, oltraggio ai culti cattolici, lenocinio, falsità, truffa, calunnia, scritti sediziosi. Una catasta di colpe che, se confermate, possono aprire la via alla morte. E in effetti il processo non mira soltanto a punire Giuseppe Balsamo. Mira a distruggere Cagliostro come figura, come possibilità, come scandalo incarnato. La sua difesa prova allora una manovra disperata: svuotarlo di significato, ridurlo a semplice ciarlatano, negargli ogni reale statura ideologica o eretica pur di sottrarlo al profilo ben più grave dell’eresiarca. È una strategia crudele, quasi ironica. Per salvarlo, occorre negare la grandezza oscura che lui stesso ha sempre rivendicato. Per strapparlo al rogo della dottrina, bisogna ricacciarlo nel fango del buffone.

Ma il Sant’Uffizio non si ferma alle apparenze. I rituali della sua Massoneria Egizia vengono giudicati intrinsecamente eretici, e negli interrogatori Cagliostro viene trascinato su un terreno che per lui è il peggiore: quello della teologia. Qui la sua fragilità emerge nuda. L’uomo che aveva parlato di rigenerazione spirituale, profeti, misteri e perfezione primordiale inciampa perfino nelle nozioni più elementari del catechismo. E questa ignoranza, lungi dall’alleggerirlo, lo aggrava. Agli occhi dei giudici non è soltanto colpevole. È pericoloso e insieme informe, un profeta senza dottrina, un creatore di riti senza fondamento, uno che ha osato toccare il sacro senza possederne davvero la grammatica.

Consapevole di trovarsi ormai sul bordo dell’abisso, il 14 dicembre 1790 scrive al papa una supplica intrisa di pentimento, paura e umiliazione. Si firma col suo nome più nudo, Giuseppe Balsamo, e si proclama peccatore pentito. Ammette di aver fondato una società massonica senza sapere fino in fondo di urtare la Santa Sede, prende le distanze dalle parti più compromettenti del proprio sistema, si dichiara pronto ad abiurare tutto e perfino a sopportare il più crudele dei castighi pur di salvare l’anima. È una lettera che suona come il crollo di una costruzione durata anni. Il Gran Cofto, il conte, il maestro dei segreti si riduce a supplicante. Eppure anche qui resta qualcosa di ambiguo, come se la penitenza fosse insieme sincera e teatrale, una nuova maschera nata dalla disperazione.

La sentenza arriva il 7 aprile 1791. È pesante, solenne, quasi liturgica nella sua ferocia. Cagliostro è dichiarato colpevole di delitti gravissimi, assimilato agli eretici formali, ai maestri di magia superstiziosa, ai promotori delle conventicole dei Liberi Muratori. Il suo manoscritto della Maçonnerie Égyptienne viene condannato come testo empio, blasfemo, superstizioso, distruttivo della religione cristiana e degno di essere bruciato pubblicamente insieme agli strumenti della setta. Solo per grazia speciale gli viene risparmiata la consegna al braccio secolare. La morte è commutata nel carcere perpetuo, senza speranza di grazia, in una fortezza dove dovrà essere custodito strettamente. È una concessione che somiglia già a una sepoltura.

Il cappuccino coinvolto viene condannato a dieci anni da scontare nel convento. Lorenza, la cui testimonianza è stata decisiva, viene assolta, ma resterà a lungo segregata in convento, come se anche per lei la vicinanza a Cagliostro avesse lasciato un marchio da espiare. Lui invece, dopo aver abiurato il 13 aprile 1791, viene trasferito a San Leo. E qui la storia cessa quasi di appartenere alla cronaca per entrare definitivamente nel regno del gotico italiano.

La Rocca di San Leo, sospesa tra cielo e pietra, appare già di per sé come una fortezza concepita non per custodire uomini, ma per inghiottirli. Cagliostro vi arriva il 20 aprile. In un primo momento è assegnato a una cella misera, ma poco dopo viene trasferito in una ancora peggiore, il famigerato Pozzetto. Il nome stesso sembra uscito da una visione infernale. È una stanza senza porta, un vano di una decina di metri quadrati in cui il prigioniero viene calato dall’alto tramite una botola. Una finestrella stretta come una feritoia, tre ordini di sbarre, appena un frammento di cielo. Più che una cella, una tomba anticipata.

All’inizio Cagliostro tenta di vestirsi da penitente. Forse per impietosire, forse per riconquistare un qualche margine di indulgenza, forse perché anche nella rovina non riesce a smettere di recitare un ruolo. Prega, digiuna, dipinge immagini religiose sul muro, si ritrae mentre si batte il petto, crocifisso in mano, traccia una Maddalena in penitenza. Ma presto il carcere comincia a lavorarlo come una goccia scava la pietra. La solitudine, l’umidità, il buio e la ripetizione senza scampo delle ore lo deformano. Compaiono segni di instabilità mentale, scoppi di ribellione, crisi mistiche, urla lanciate alla feritoia come se da quel quadrato di cielo potesse ancora discendere una risposta.

Il suo universo si restringe fino a diventare quasi allucinazione pura. Il guardiano che cala il cibo due volte al giorno dal soffitto, il tavolaccio, il muro, il cielo lontanissimo, e poi le apparizioni improvvise dei custodi quando esplode in grida o furore. Scendono, lo colpiscono, lo zittiscono, e tutto si richiude. In quel buco oscuro il tempo non scorre più. Marcisce. E forse proprio allora, nel contrasto insopportabile tra la sua miseria presente e il ricordo delle corti, delle logge, dei salotti, delle ricchezze, delle donne, dei potenti che un tempo lo ricevevano, l’anima di Cagliostro si lacera definitivamente.

Nel dicembre del 1793 tenta ancora una volta di parlare al vertice del potere e scrive al papa. Ma il tono non è più quello del supplice razionale. Nella lettera affiorano visioni, convinzioni mistiche, l’idea di essere stato scelto da Dio, quasi un santo incaricato di chiamare il mondo al ravvedimento. È il segno che ormai la frontiera tra penitente, visionario e folle si è dissolta. Naturalmente nessuno lo prende sul serio. Continua allora a dipingere sui muri, alternando immagini devote e figure blasfeme, come se ormai dentro di lui pregare e bestemmiare fossero soltanto due modi diversi di urlare contro il silenzio.

La liberazione può giungere solo in una forma, e alla fine arriva. Il 23 agosto 1795 viene trovato semiparalizzato sul tavolaccio. Resta in quello stato per tre giorni. Il cappellano della fortezza lo descriverà con parole durissime, come un empio ostinato che rifiuta confessione e penitenza e viene lasciato morire da Dio nel proprio peccato. È il linguaggio severo del tempo, ma dentro quelle righe si avverte anche la volontà di chiudere per sempre il suo nome sotto una lastra di condanna morale. Cagliostro muore il 26 agosto 1795, verso sera, senza riconciliazione, senza onori, senza la luce di una redenzione ufficiale.

La sua sepoltura è degna della leggenda nera che lo ha accompagnato fino all’ultimo. Nessuna cassa, nessuna lapide, nessun segno. Viene gettato nella nuda terra, come un infedele indegno perfino dei suffragi della Chiesa. Eppure anche qui il mistero non rinuncia al suo ultimo giro di chiave. Del luogo della sepoltura si conserva memoria per un po’, poi il ricordo si perde. Quando, anni dopo, le truppe polacche alleate dei francesi conquistano la Rocca, sembra che abbiano ritrovato il corpo e forse gli abbiano dato una sepoltura più dignitosa, forse persino trattenendo qualche reliquia di quelle ossa dimenticate. Ma nulla resta certo. Solo ipotesi, omissioni, vuoti.

Ed è proprio in questa sparizione finale che il personaggio si compie davvero. Giuseppe Balsamo, che aveva passato la vita a moltiplicare nomi, maschere, titoli e origini, finisce senza tomba riconoscibile. Cagliostro, che aveva tentato di dominare il mistero, viene inghiottito da esso. È come se la terra avesse deciso di concedergli l’ultima metamorfosi: non più uomo, non più conte, non più mago, ma leggenda dispersa. Una voce che continua a riecheggiare tra i muri di San Leo, tra le botole del Pozzetto e tra quelle ossa perdute che nessuno sa più con certezza dove siano finite.

ARTICOLI POPOLAI