Era l’autunno del 1868 quando, durante l’assedio al castello di Wakamatsu, le donne del clan Aizu vennero relegate, come sempre, alle retrovie: cucinare, curare i feriti, spegnere i colpi di cannone. Ma Nakano Takeko, una guerriera onna-bugeisha, scelse un altro destino. Guidò un drappello di venti donne armate di naginata contro l’esercito imperiale. Colpì almeno cinque nemici prima di cadere sotto i proiettili. Morendo, chiese alla sorella di decapitarla per non essere esibita come trofeo. La sua tomba, ancora oggi, si trova nel tempio Aizu Bangmachi.
Le onna-bugeisha non furono un’eccezione isolata. Donne del ceto bushi, nobili e combattenti, erano addestrate con spade corte, lance e coltelli, pronte a difendere case, villaggi e terre. Molto prima della nascita ufficiale della classe samurai, già nel III secolo d.C., l’imperatrice Jingū avrebbe guidato un esercito fino in Corea, incinta e armata, sfidando ogni regola sociale del suo tempo. Nei secoli successivi altre figure emersero, come Tomoe Gozen, descritta nel Heike Monogatari come una guerriera “capace di affrontare mille uomini, un demone o un dio, a cavallo o a piedi”.
Eppure, dopo la Restaurazione Meiji del 1868, che segnò l’avvento della modernizzazione e della cultura occidentale, la memoria delle onna-bugeisha fu quasi cancellata. La narrazione occidentale preferì ingigantire l’immagine del samurai uomo e relegare le donne al ruolo di mogli obbedienti, vestite di kimono e strette negli obi. Una visione che ha oscurato per decenni la verità storica.
Gli scavi archeologici raccontano un’altra storia: resti di donne trovati sui campi di battaglia, prove inconfutabili che le guerriere combatterono davvero. Persino nel XVII secolo, quando la filosofia confuciana imponeva alle donne di rinchiudersi nel ruolo domestico, molte continuarono ad allenarsi con la naginata, simbolo di forza e disciplina, ma anche strumento di autodifesa.
L’ultima grande apparizione delle onna-bugeisha fu proprio con Nakano Takeko e il corpo femminile Jōshitai, durante la guerra Boshin. Poi il silenzio. Solo oggi, grazie a festival, ricerche storiche e rappresentazioni culturali, queste figure tornano a vivere nell’immaginario collettivo.
Le onna-bugeisha non furono comprimarie. Furono protagoniste dimenticate, guerriere che seppero incarnare onore, coraggio e resistenza, e che meritano di essere ricordate non come eccezioni, ma come parte integrante della storia del Giappone.
