La musica come atto di resistenza, come rivincita e come testimonianza. Per Saraso, il rap non è solo un linguaggio artistico: è la possibilità di trasformare un passato di sofferenza in voce, ritmo e racconto. La sua carriera musicale nasce tra le mura del carcere, dove ha scontato dodici anni, parte dei quali in regime di 14 bis: un contesto duro, che ha lasciato segni profondi ma anche la spinta a dire «Eccomi, guardatemi adesso».

Con Sud Italia Freestyle, Saraso porta sulla scena urban un pezzo di strada e di vita, senza maschere né giustificazioni. Nei suoi testi convivono fragilità e rabbia, errori e voglia di riscatto, amicizia e codici d’onore che restano punti fermi della sua identità. L’attenzione del pubblico è già alta, e lui stesso riconosce che questo è solo l’inizio di un percorso che guarda lontano.

In questa intervista Alex si racconta senza filtri: il carcere, la scrittura, i valori della strada, il rapporto con chi lo ascolta e le ambizioni per il futuro.

La tua carriera musicale nasce in carcere: quanto la detenzione e in particolare il regime del 14 bis hanno influenzato il tuo modo di scrivere e di raccontarti?

Tanto, sicuramente tanto. Per ora, quasi tutto quello che faccio, porta ancora il segno del carcere. Credo che quella sofferenza mi abbia dato la spinta a dire: “Eccomi, guardatemi adesso”.

In Sud Italia Freestyle racconti errori e ripartenze senza giustificazioni: quanto è stato difficile trasformare il dolore e le esperienze negative in musica?

In realtà, questo passaggio deve ancora compiersi del tutto. Per ora mostro il mio lato più duro e crudo, ma arriverà anche altro, e allora capirete meglio chi sono davvero.

Spesso dici che «l’amicizia è come il sangue, si onora»: quanto i valori della strada continuano a essere presenti nella tua vita e nella tua musica oggi?

Sono tutto per me. Sono valori che mi porterò sempre dentro. Non accetterò mai compromessi solo per ricavarne un beneficio: segna queste parole. Se un giorno lo farò, che sia la mia reputazione a pagarne il prezzo

Una breve anteprima del brano ha raccolto migliaia di visualizzazioni in poche ore: ti aspettavi questa attenzione immediata dalla scena urban e dal pubblico?

Ci tenevo e ci speravo. Le cose stanno iniziando a muoversi, ma ora il mio obiettivo è la costanza: devo spingere, rimanere presente e lavorare duro. Il resto arriverà da sé.

Il rap è diventato un linguaggio identitario per i giovani che vivono precarietà e contraddizioni: che responsabilità senti nei confronti di chi ti ascolta?

Non mi sento responsabile in quel senso. Io racconto una realtà cruda, ma vera. Se dico che ho venduto, è perché l’ho fatto, non per invitare altri a farlo. Anzi: sarebbe stupido rifarlo. Ma se qualcuno sceglie quella strada, allora gli dico solo una cosa: non perdere mai l’onore per te stesso, perché se decidi di viverla, è un peso che devi saper portare.

Come immagini il tuo futuro artistico? Sud Italia Freestyle è solo un inizio o già una dichiarazione di intenti?

Sud Italia è ancora niente. È solo l’inizio. Ne vedrete delle belle.

Alex, voglio concludere l’intervista con una domanda “dura”… Hai scontato 12 anni di carcere. Il carcere ti ha insegnato veramente qualcosa o è stato un tuo percorso come persona a farti cambiare?

Il carcere non insegna niente, te lo dice uno che ci è cresciuto. Privare una persona della vita, chiuderla 20 ore su 24 in tre metri quadri senza darle un senso, non può insegnare nulla. La mia fortuna è stata trasformare la rabbia in voglia di rivalsa. Sono competitivo, e questa è la mia forza: adesso sono in questo mondo, e ci resterò per arrivare in alto.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.