Con l’avvicinarsi di Halloween, quando le città si riempiono di zucche, maschere e travestimenti, mi è sembrato quasi doveroso volgere lo sguardo verso un luogo dove il confine tra il reale e l’occulto non è una finzione di fine ottobre, ma una presenza sottile e continua: Kaunas, in Lituania. Una città dove la storia si intreccia con il mistero, e dove l’ironia, il mito e l’arte si fondono in un linguaggio che parla direttamente all’inconscio. È stato qui, in un pomeriggio grigio e umido, che ho visitato uno dei musei più bizzarri e affascinanti che io abbia mai incontrato: il Museo del Diavolo, o Velnių muziejus.

Arrivare al Museo del Diavolo non è come visitare un luogo qualsiasi. L’edificio è sobrio, quasi anonimo, ma basta varcarne la soglia per essere catapultati in un universo parallelo. Di colpo ci si ritrova circondati da centinaia, anzi migliaia, di diavoli provenienti da tutto il mondo: sculture lignee, maschere, dipinti, ceramiche, burattini. Figure grottesche, ironiche, spaventose o malinconiche. Alcune sembrano ridere di te, altre sembrano osservarti con compassione, come se volessero ricordarti che il male non è un’entità lontana, ma qualcosa che ci accompagna ogni giorno, dentro e fuori di noi.

Il primo impatto è divertente, persino surreale. Poi, mentre gli occhi si abituano alla penombra e i dettagli emergono dalle teche, l’atmosfera cambia. Ti rendi conto che il museo non è solo una collezione di curiosità: è un viaggio simbolico dentro l’immaginario dell’umanità, un modo per esorcizzare la paura attraverso l’ironia. Ogni diavolo racconta una storia, ogni sorriso sbeffeggia una credenza, ogni corno è una risata contro il destino. Si percepisce la mano del suo fondatore, il pittore Antanas Žmuidzinavičius, che trasformò il diavolo in un compagno di riflessione, una figura da comprendere più che da temere. Durante il regime sovietico, raccogliere e mostrare rappresentazioni del diavolo era quasi un atto di resistenza: significava dare forma al proibito, usare l’arte per sfidare la censura e il conformismo.

Camminando tra le sale, la sensazione è di essere osservato da centinaia di occhi di legno e di ceramica, ognuno con la propria personalità. Alcuni diavoli sono ridicoli, altri eleganti, altri ancora tristi. Uno suona la chitarra con un sorriso ironico, vestito con una maglia colorata; un altro gioca a fare il contadino, un altro ancora ride con i denti sporgenti e un forcone in mano. È impossibile non sorridere. Forse è proprio questo il senso del museo: disinnescare la paura con la curiosità e la risata.

Quando sono uscito, il cielo era basso e carico di nubi. Kaunas sembrava respirare lo stesso spirito del museo: una città che si muove tra luce e ombra, dove il sacro e il profano si sfiorano continuamente. Le sculture che punteggiano i giardini e le colline – alcune delle quali ho fotografato – amplificano quella sensazione di mistero. Figure di pietra dalle mani giunte, corpi intrecciati, volti che guardano nel vuoto, come se stessero aspettando un passante capace di decifrarne il linguaggio. C’è qualcosa di pagano e ancestrale in quelle opere, un’eco di riti dimenticati che affiora tra gli alberi e le case.

Kaunas ha un’anima duplice: da un lato è la città barocca e cattolica, orgogliosa delle sue chiese e dei suoi ponti, dall’altro è un crocevia di miti, superstizioni e segni nascosti. Si dice che in certi quartieri la notte si possano ancora scorgere simboli antichi scolpiti sui muri, e che gli spiriti della foresta non abbiano mai smesso di camminare tra gli uomini. Mentre passeggiavo lungo il fiume Nemunas, ho percepito quella tensione tra mondi, come se la città stessa oscillasse tra il visibile e l’invisibile. È una Kaunas esoterica, dove le leggende si intrecciano con la modernità, dove il diavolo del museo non è un reperto, ma un’ombra viva che continua a sorridere dietro ogni angolo.

Ripensando a quel pomeriggio, mi accorgo che ciò che più mi ha colpito non è stata la stranezza del museo, ma la sua umanità. In quelle figure di legno e di creta, in quelle caricature del male, ho trovato la rappresentazione più sincera delle nostre paure e dei nostri desideri. Non un male cosmico, ma quotidiano, ironico, a volte tenero. Il diavolo di Kaunas non è lì per spaventare, ma per farci riflettere, per ricordarci che ognuno di noi ha dentro un piccolo demone da domare – e che forse non serve combatterlo, ma imparare a conoscerlo.

Mentre il giorno finiva, ho alzato lo sguardo verso le colline che circondano la città. La luce era quella sospesa che precede il tramonto, un chiarore freddo che si rifletteva sulle statue e sui vetri. C’era un silenzio particolare, quasi sacro. Ho pensato che Kaunas, più che una meta, è una soglia: tra il mondo visibile e quello dell’immaginazione, tra la fede e il dubbio, tra la paura e la risata. In fondo, non è forse questo che rappresenta Halloween? Un modo per convivere con l’ombra, per darle un volto, per riderle in faccia?

Ripartendo, ho sentito che quel luogo mi aveva lasciato qualcosa di più profondo di una semplice curiosità da viaggio. Avevo visitato un museo dedicato al diavolo, ma avevo incontrato soprattutto l’uomo – con la sua ironia, la sua vulnerabilità e la sua eterna ricerca di significato. E in una sera d’autunno, a Kaunas, mentre la nebbia si stendeva lenta sul fiume, ho capito che a volte il modo migliore per non avere paura del buio è accendere una piccola luce… anche se rossa, anche se beffarda, come quella che brilla negli occhi del diavolo che ride.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.